Il ritmo dell'arco

 Come ho scritto già moltissime volte, le corde vuote sono la base della nostra tecnica.
Studiamo le corde vuote per per la corposità, per la tenuta del suono e per tutto quello che riguarda la cantabilità del nostro strumento. Lo studio delle corde vuote è molto utile anche per affrontare i passaggi veloci, per imparare bene a coordinare i cambi di corda.
Un aspetto a mio avviso sottovalutato è lo studio delle corde vuote per capire il ritmo dell'arco,  ossia lo lo spazio fisico che occupa ogni valore nel nostro arco.
Immaginiamo di battere il tempo con una matita:  iniziamo con delle semiminime, che avranno un movimento ampio e un battito forte, passiamo alle crome, che saranno più leggere e con un movimento più piccolo, e concludiamo con delle semicrome, leggerissime e dal movimento quasi impercettibile.
Ora passiamo al nostro arco, e proviamo a sincronizzare il nostro braccio destro con le durate delle note, come quando battevamo il tempo con la matita. Lasciamo da parte il controllo dello strumento, affidiamoci solo al movimento del nostro braccio (su e giù) come se ci fosse solo quello: ampio, poi più piccolo, poi piccolissimo, immaginando delle sequenze di valori diversi.
Possiamo partire dalle seminime, per poi passare alle crome e alle semicrome, osservando il nostro braccio, come se fossimo spettatori di noi stessi. Il ritmo deve guidare la quantità di arco da usare: così come non ci verrebbe mai in mente di battere il ritmo con un movimento ampio per delle semicrome - e viceversa per le semiminime - l'arco dovrà avere la stessa funzione.
Il nostro braccio deve essere il ritmo fisico e visivo di quello che decidiamo di eseguire.
Passiamo poi a mescolare i valori: due semininime e due crome, oppure la sequenza usata dal Metodo Suzuki ("Patatine fritte"), ossia quattro semicrome più due crome staccate.
Il ritmo fisico dell'arco è molto utile soprattutto per lo studio del repertorio barocco (ovviamente se dobbiamo suonare un brano cantabile romantico studieremo le corde vuote lente e altro).
Prendete quindi un brano e osservatelo: eseguite tutte le note che durano un quarto, decidendo quanto arco impiegare; passate poi ai valori più piccoli e più piccoli ancora. Osservate la parte, individuate i passaggi con le durate che volete studiare e cercate di avere l'esatta misura dell'arco per ogni passaggio. Poi lo studierete da capo a fondo.
Il brano avrà il giusto ritmo, che deve essere irresistibile per voi e per chi vi ascolta.
 
 
 




Il nostro studio

 Con il passare degli anni - dello studio, ma soprattutto dell'insegnamento - mi rendo conto di quanto sia importante separare lo studio dall'esecuzione. Ho scritto più volte a riguardo, ma credo sia importante tornare sull'argomento affrontando temi diversi.
Come ho detto altre volte, trovo inutile ripetere un brano senza pensare a cosa stiamo facendo, se non per controllare - come si fa quando si esce di casa e si torna indietro per essere sicuri di aver chiuso il gas - che i passaggi vengano bene oppure (ancora peggio) che finalmente ci venga quello più difficile.
Meglio quindi fare una sola esecuzione, capire bene cosa studiare, e occuparsi di tutto ciò che non va, affrontando i diversi aspetti tecnici del brano in questione.
Un modo molto utile per studiare un brano è quello di costruire la nostra tecnica giornaliera sul brano stesso, ossia applicare al brano la nostra tecnica di base.
Iniziamo quindi a capire quale è l'andamento dell'arco, e studiamo le corde vuote con la modalità che ci richiede in pezzo: arco lento o veloce, colpi d'arco, punto di contatto... 
Se ci sono cambi di posizione studieremo tutte le combinazioni delle dita per quel passaggio, eseguendolo lentamente facendo sentire il glissando, poi staccato e infine veloce.
I passaggi veloci possono essere studiati con moltissime varianti: cambiando ritmo, modificando l'arcata (staccata, legata, iniziando in su o vicerversa), studiando l'anticipo del dito seguente, aumentando gradualmente il metronomo.
Approfittiamo di questo studio per dedicarci al vibrato, che non va usato dove ci viene più comodo, ma deve essere controllato bene e con un accurato senso della frase che si canta: l'apice della frase avrà un vibrato più intenso, mentre l'inizio e la fine saranno più morbidi.
Infine occupiamoci delle dinamiche delle nostre arcate, dal pianissimo al fortissimo, costruendo una mappa sulla nostra parte, nella quale evidenzieremo i colori che vogliamo che abbia il nostro suono, una vera e propria tavolozza.
Insomma, inventiamoci noi uno studio quotidiano, fatto di quello che di solito siamo abituati a leggere nei libri di tecnica o negli studi, e ripetiamolo fino a quando non avremo sotto controllo il nostro brano.
A questo punto l'esecuzione (che proveremo in modo non forsennato) sarà più piacevole e meno stressante.





 
 
 
 

Lo studio scomposto

Scomposto come i piatti che vanno di moda oggi nei ristoranti (tiramisù scomposto).
Focalizzare la nostra attenzione su un argomento alla volta rende più efficace il nostro studio quotidiano.  Soprattutto perché uno strumento musicale è complesso e pieno di sfaccettature (intonazione, ritmo, note da leggere, suono, articolazione... una lunghissima lista).
Uno importantissimo argomento, soprattutto per gli strumenti ad arco, riguarda la caduta intonata delle dita della mano sinistra. Analizzando con attenzione i diversi passaggi che affronta la nostra mano sulla tastiera, emergono tre punti fondamentali: il punto in cui cade il dito, il movimento del dito, infine il controllo dell'intonazione del dito.
Cerchiamo di scomporre questi passaggi, affrontandone uno alla volta per capire meglio per quale motivo è importante studiarli singolarmente.
Il punto in cui cade il dito è fondamentale, e dobbiamo avere chiaro dove si trova sulla tastiera e in che rapporti è con il dito precedente - a che intervallo si trova, se siamo sulla stessa corda, a che distanza si trova se è su corde diverse (come se fosse sulla stessa corda).
La caduta del dito, di conseguenza, deve essere di una precisione assoluta, decisa e sicura. Un movimento fluido, come se partisse dal nostro gomito, senza esitazioni.
Infine il controllo del nostro orecchio, che lavora soprattutto sulla relazione con la nota precedente.
Ho parlato già di questo in altri post, sottolineando quanto sia importante non muovere le dita sulla tastiera (la "scivolarella") una volta abbassate: se le note sono stonate dobbiamo ripetere la caduta e correggere questa. Ovviamente non in fase di esecuzione, dove ci si aggiusta continuamente, anche con gli altri esecutori.
Per evitare di muovere le dita sulla tastiera, cosa che avviene spesso in modo inconsapevole, possiamo dunque studiare l'intonazione in modo "scomposto".
Quindi: suonate una nota, fate una pausa durante la quale abbasserete con decisione e morbidezza il dito seguente senza suonarlo; solo dopo che il dito sarà fermo sulla tastiera lo suonerete per verificare se è intonato. Se è stonato ripetete con attenzione la caduta e verificate nuovamente.
Nota, pausa (con caduta muta del dito), nota.
E' uno studio abbastanza noioso e, all'inizio, è molto strano - e difficile - non muovere l'arco insieme al dito della mano sinistra. Con il passare del tempo si riesce però a velocizzare ed è utile sia per l'intonazione sia per la sincronizzazione di mano sinistra e arco.
 
Infine, così come per il tiramisù scomposto, i sapori si devono mescolare.










Suonare insieme (in ricordo di Francesco Sorrentino)

Questo post è dedicato alla memoria di Francesco Sorrentino. Francesco è stato un amico, un importante punto di riferimento spirituale e compagno di tanta musica. Abbiamo collaborato per anni con l’Orchestra d’Archi della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, diretta da Sandro Savagnone.
Il ricordo più bello che ho di lui è legato ai tantissimi momenti che abbiamo trascorso insieme suonando per il puro piacere di farlo, in diverse e meravigliose formazioni (duo viola e violoncello, quartetto d’archi, trio, ensemble vari con strumenti antichi). Senza studiare (soprattutto senza mettere le arcate - era la regola numero uno), leggendo a prima vista, oppure studiando quello che serviva per tirare fuori una esecuzione che fosse bella, piacevole, che ci provocasse gioia e divertimento.
Era un grandissimo violoncellista, un immenso musicista, che non aveva perso lo spirito di chi si diverte con lo strumento, sempre con stupore, entusiasmo e umiltà.
Il fine di questo post, ricordando questi momenti, è quello di spronarvi a dedicare una parte importante della vostra attività alla musica d’insieme. Trovate amici, parenti, altri allievi, chiunque possa condividere con voi la passione per la musica, e organizzate degli incontri musicali. Lo studio è una attività diversa, a parte, ed è importante che abbia uno scopo finale, che è la gioia del suonare insieme.
Non c’è nessuno che vi giudica, né un insegnante né il pubblico, soprattutto non ci sarete neanche voi stessi a giudicarvi, perché si spera che sarete concentrati solo sulla musica. Non aspettate di essere bravi o di sentirvi pronti, perché si può suonare insieme anche eseguendo le quattro corde vuote (se non ci credete potete anche chiedermi le parti).

Praticate sempre, incessantemente, la musica d’insieme, e ricordatevi di viverla con gioia, perché chiunque suona (ma anche strimpella) uno strumento musicale,  ha una grande fortuna.

 


Per chi non lo avesse conosciuto ecco il suo curriculum

Nato a Milano, ma romano d’adozione e siciliano d’origine, diplomato con il massimo dei voti presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma sotto la guida di Mario Centurione, violoncellista de “I Musici”. Ha perfezionato ulteriormente la conoscenza e lo studio dello strumento attraverso corsi e seminari a Fiesole (Amedeo Baldovino e Yo-Yo Ma), Schaffhausen (Michael Flaksman) e Berna (Bernard Greenhouse). Dopo gli studi a Fiesole con il Trio di Trieste e Piero Farulli, ricoprendo anche il ruolo di primo violoncello dell’Orchestra Giovanile Italiana, ha conseguito i Diplomi di Merito e d’Onore dell’Accademia Chigiana di Siena. Per quattro anni consecutivi, superando le selezioni internazionali, é stato membro effettivo dell’European Community Youth Orchestra (ECYO), partecipando a numerose tournèe in tutta Europa, Messico e Cina sotto la guida di Georg Solti, Claudio Abbado, Daniel Barenboim. Nel 1983, appena diplomato, ha vinto il concorso per il posto di “concertino dei violoncelli” nell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Come primo violoncello invece ha collaborato con l’Orchestra Sinfonica della Rai di Torino, l’Orchestra Sinfonica Abruzzese, l’Orchestra di Roma e del Lazio e, come vincitore del relativo concorso bandito nel 1996, con l’Orchestra Sinfonica di San Remo. Ha partecipato a importanti produzioni con l’Orchestre des Champs Elysées di Parigi e con i Solisti Italiani. Si è dedicato con passione anche alla prassi barocca con l’Insieme Strumentale di Roma, e con l’ensemble “Silete Venti” di Milano. Con l’Orchestra Città Aperta e con l’Orchestra Italiana del Cinema si è impegnato invece nella realizzazione di colonne sonore per film di rilievo internazionale. Francesco Sorrentino ha fatto parte in questi anni di alcuni dei migliori ensemble cameristici italiani (duo con Tiziano Mealli, Trio di Firenze, Quartetto di Fiesole, Quartetto di Roma, Quartetto Michelangelo), svolgendo ovunque intensa attività concertistica e vincendo premi in diversi concorsi nazionali e internazionali.



 

 

Diamo un senso a queste scale

Ci sono modi differenti per studiare l'intonazione, l'importante è essere consapevoli che una corretta intonazione si sviluppa lavorando sull'attenzione del nostro orecchio, la relazione tra le note, l'armonia e, infine, la capacità di adattarsi a chi suona con noi.
Ho già parlato di come sviluppare il nostro orecchio (in sistesi: chiedendosi se una nota è intonata).
Veniamo ora alla relazione che c'è tra una nota e l'altra, soprattutto in rapporto all'armonia di quello che stiamo suonano, partendo dallo studio delle scale.
Quante volte vi sarà capitato di suonare una scala di sol maggiore e pensare che il sol vuoto finale fosse stonato (o che si fosse all'improvviso scordato il violino)? Ovviamente non è stonato il sol vuoto ma le dita che lo precedono, che si sono gradualmente spostate. Abbiamo perso la relazione tra le note, perché ci siamo concentrati su una nota alla volta, dimenticandoci dell'insieme, dell'armonia.
Spesso, studiando le scale, soprattutto quelle cromatiche, non pensiamo che le note fanno parte di un insieme ben strutturato (l'ottava), che ha un senso armonico, così come il suono del nostro linguaggio. Studiare una scala non è solo mettere le dita sulle corde vuote, sperando di non sbagliare diesis e bemolli, significa eseguire una struttura che è alla base di tutta la nostra musica.
Non dimentichiamoci che è la melodia della canzone "Scale e arpeggi" del cartone degli Aristogatti!
Quindi, proviamo a cercare così il senso della nostra scala di sol maggiore: suoniamo il sol vuoto inziale e poi il terzo dito all'ottava sulla corda re e ripetiamo un po' di volte. Poi sol vuoto, re vuoto e di nuovo terzo dito; poi l'arpeggio di una ottava, e poi "riempiamo" l'arpeggio con la nostra scala, mantenendo la concentrazione sui punti di riferimento che abbiamo suonato negli esercizi precedenti: come se, dal sol vuoto iniziale, il nostro orecchio aspettasse quello all'ottava successiva, passando per il re vuoto. 
Gli intervalli di ottava, quarta e quinta (ossia come li abbiamo eseguiti in questo semplice esercizio), sono più facili da intonare rispetto alle seconde e alle settime - non parliamo dei semitoni della scala cromatica che sono ancora più difficili proprio perché sono molto vicini. Impariamo quindi ad avere nella nostra testa come "suonano" gli intervalli, e a dare loro la giusta importanza.
Ogni nota ha un ruolo preciso nella scala! Possiamo suonare la scala come se fosse un racconto: l'inizio (la tonica), una sorta di conferma del suo carattere (la terza, maggiore o minore), un allontanamento verso una sospensione (la sensibile) e il lieto fine (il ritorno della tonica).
Con il passare del tempo il nostro orecchio imparerà a sentire la scala in modo diverso, come se fosse la melodia di un brano che ci piace tanto, e a riconoscere gli intervalli anche nei brani che suoniamo. Senza uno studio approfondito dell'armonia non è facile analizzare i brani che affrontiamo; possiamo però identificare le cellule armoniche dalla struttura più semplice (scale e arpeggi) e pensare sempre al loro senso armonico.











Che sta pensando quiz

Molti di voi si ricorderanno del "Che sta pensando quiz", affidato a Nino Frassica all'interno della trasmissione "Indietro tutta": ho sempre trovato geniale (perché assurda) l'idea di un gioco che si basasse sulla possibilità di indovinare cosa possa pensare un'altra persona.
Nella realtà di tutti i giorni, invece, la nostra energia viene spesso sprecata dietro quello che crediamo possano immaginare gli altri di noi. 
Durante l'esibizione in pubblico, ma anche quando siamo a casa e studiamo, la nostra mente parte alla volta di pensieri inutili, che riguardano tutto tranne ciò che ci serve, ossia quello che stiamo facendo. Le nostre azioni dipendono dal modo in cui le affrontiamo e questo è condizionato da come le portiamo avanti: essere presenti e concentrati su quello che stiamo facendo è di fondamentale importanza.
Se dobbiamo fare una cosa, facciamola bene (anche se non ci piace), di sicuro verrà meglio - e passerà prima, in caso non sia di nostro gradimento.
Quando, con lo strumento, dobbiamo suonare di fronte a qualcuno, compare un vero e proprio esercito di voci che lottano per chi ha ragione, spesso con pensieri negativi: non sono capace, chissà cosa pensa tizio, crederà che non so suonare, e via dicendo. Ovviamente tutto questo non ha senso, perché chi ci sta ascoltando potrebbe pensare a miliardi di cose diverse (dalla musica alla cena della sera, dal gas lasciato aperto all'imminente vacanza... la lista è lunga).
Quindi, vista l'impossibilità di consocere cosa gli altri pensano di noi, concentriamoci su quello che stiamo facendo, allenando (ed è forse lo studio più difficile) a pensare al presente. Rimaniamo concentrati su quello che il momento richiede: l'arco, la tecnica della mano sinistra, il respiro, il fraseggio e la musica. Appena arriva l'inutile chiacchiericcio della mente noi dobbiamo cambiare canale e portarlo sullo strumento.
E, così come si impara a suonare intonati, ad avere un bel suono e così via, si imparerà anche a rimanere nel presente mentre si suona, pensando alle mille cose (quelle davvero importanti) che dobbiamo controllare per suonare bene.
 
 





Perché insegno - e scrivo qui

Come è scritto sul mio sito "sono nata in una famiglia di musicisti", con un bisnonno che aveva suonato di fronte a Giuseppe Verdi, un nonno direttore di banda, un padre grande flautista e un fratello altrettanto grande violoncellista. Non è stato quindi facile, per me, trovare una mia identità musicale.
Mi sono diplomata in un ambiente plasmato per chi vuole fare il solista, così come tutti i conservatori italiani di trent'anni fa, portando al diploma un programma che prevedeva i Capricci di Paganini e altri brani pensati sempre ed esclusivamente per chi vuole fare il solista. Sono uscita dal conservatorio con la coscienza che io non avrei fatto la solista, ma neanche una carriera che prevedeva l'esibizione in pubblico (quindi concorsi per orchestre o altro).
Così ho smesso di suonare, con l'idea di vendere il violino e tutti gli spartiti e le partiture che avevo.
Dopo anni di silenzio assoluto, ho ripreso ad insegnare, spronata da una allieva adulta che ha insistito per fare lezione con me. La sua passione mi ha fatto riavvicinare allo strumento, soprattutto quando mi sono resa conto della fortuna che avevo avuto nell'aver studiato da piccola e per tanti anni.
Con il passare degli anni ho dedicato sempre più tempo all'insegnamento, fino a farlo diventare il mio lavoro principale.
Insegno ormai da quando ero studentessa e mi ritengo fortunata perché, dopo anni e anni in cui non sapevo cosa fare della musica che avevo immagazzinato da piccola, ho trovato una modalità che sento mia. 
Per le lezioni compro e consulto i metodi, libri o manuali sull'insegnamento del violino. Ho con me un quaderno dove appunto gli esercizi che ho imparato dai miei maestri, quelli che ho visto ai corsi di perfezionamento (spesso da uditrice), quelli che arrivano da altri docenti (con i quali mi confronto), quelli che leggo e quelli che invento io. Le mie energie sono indirizzate a risolvere i problemi degli allievi, a trovare una soluzione per quello che non riescono a fare; cerco di fargli avere una postura corretta, una buona impostazione, suono, intonazione, cura dell'arco (la lista è lunga), per poi divertirmi suonando insieme a loro (sempre, nell'ultima parte della lezione).
Insegno quello che so suonare e conosco bene e, quando non sono più in grado di farlo, indirizzo  gli allievi ad altri docenti adatti a chi vuole raggiungere un livello avanzato.
Questo blog nasce dalle idee che mi vengono sull'insegnamento (di solito la sera, prima di dormire) e che mi piace condividere con chi ha la mia stessa passione, allievi e maestri.


Grazie a Giorgia Meschini per il bellissimo disegno!





Una torta a strati

Lo studio approfondito di un brano assomiglia alla stratificazione di una torta altissima, ad un vero e proprio millefoglie!
In realtà è come se lo studio non bastasse mai, perché più studiamo più il nostro orecchio si affina e cerca la perfezione tecnica, l’articolazione, il dettaglio musicale, i silenzi.
Alcuni grandi musicisti studiano anni e anni un brano: passano da una interpretazione all'altra, che comunque è sempre perfetta tecnicamente, modificandola nell'andamento, nei respiri, nella dinamica. Trovo sempre affascinante mettere a confronto esecuzioni diverse, soprattutto quando abbiamo la fortuna di poter ascoltare lo stesso interprete a distanza di anni.

Quindi, ovviamente, dovremo sempre studiare a strati i brani che affrontiamo, così come è importante suddividere per argomenti il nostro studio. Non possiamo studiare una arcata difficile pensando anche all'intonazione, così come non ha senso soffermarsi sulle arcate se stiamo studiando un esercizio di articolazione per la mano sinistra. Concentriamoci sempre su un argomento per volta, cercando di essere più precisi e focalizzando al massimo il problema. Quando poi affronteremo i brani musicali gli strati della torta saranno ancora di più, perché dovremmo partire dalla tecnica, per poi affrontare anche tutti gli aspetti musicali. Il lavoro è lungo e molto scrupoloso.
Come sempre possiamo appuntare l’elenco degli argomenti che vogliamo affrontare, dividendoli per giornate di studio, o come ci piace di più.
L'obiettivo principale è riuscire ad avere il controllo di quello che suoniamo, perché solo con un controllo assoluto saremo liberi di fare musica con leggerezza.




Cosa si muove

Quando si osserva un musicista che suona si assiste sempre ad una  naturalezza frutto di un duro e lungo lavoro. I movimenti sono fluidi, morbidi, in armonia con quello che si ascolta.
Chiediamoci, però, da dove partono i movimenti che compiamo, perché spesso si creano degli equivoci su quello che si vede e quello che si fa.
Pensiamo a quando prendiamo una bottiglia per bere: la mano la sorregge e tutto il nostro braccio partecipa al movimento, come se fosse "tirato" dalla bottiglia stessa - ovviamente tenuta molto morbidamente.
Per il nostro arco dovrebbe essere lo stesso: la mano sulla bacchetta, seguita dalle altre articolazioni (polso, gomito, spalla), che seguono il movimento. Per bere non muoviamo il polso, ma il polso si muove  se portiamo la bottiglia verso di noi. Per suonare non muoviamo il polso, né le dita: dita e polso si muovono perché sono appoggiate morbidamente sull'arco che, muovendosi, le porta con sé.
Fate questa prova: tenete saldamente l'arco (come quando suonate) e provate a grattarvi  il naso con il vostro polso e l'orecchio destro con la punta dell'arco. Dopo qualche dubbio su quello che ho scritto dovreste riuscirci senza problemi, comprendendo anche quello che sto scrivendo. Tirate ora delle arcate, continuando a tenere saldamente le dita sull'arco e cercando di rilassare le altre articolazioni, spalla, gomito e polso. Dovreste riuscire a percepire il movimento corretto del  vostro braccio, che segue la direzione dell'arco dietro alla mano, così come quando beviamo dalla bottiglia. Una volta realizzato che è tutto il nostro braccio che si muove di riflesso, potremmo ammorbidire la presa. A questo punto polso e dita si muoveranno (ossia le vedrete muovere), ma solo per seguire la presa sull'arco.
 
Il movimento è vita, ma quello sbagliato crea perdita di energia.







Quanto basta

QB: termine all'inizio incomprensibile, quando si leggono le ricette di cucina, perché ovviamente nessuno  (tranne chi ha scritto la ricetta) sa quando realmente "basti".
Veniamo a noi e al nostro violino! Quanto basta è l'idea che mi è venuta in mente osservando la condotta dell'arco sul nostro strumento.
Quando iniziamo una arcata molto lunga, noi già abbiamo in mente di tirare l'arco molto lentamente (e abbiamo già studiato le note lunghe che impiegheremo per una bellissima frase cantabile). Quando invece si eseguono delle note brevi, oppure staccate, spesso si usa meno precisione, si lancia l'arco senza sapere dove arriverà; il controllo, invece, deve essere lo stesso, come se lanciassi una palla (o meglio una boccia).
Nel caso di un detaché io dovrò sapere esattamente dove arriva la mia arcata, e controllare che quella in giù e quella in su siano esattamente uguali. Come se nel mio avambraccio ci fosse un centimetro e, da lì, io muovessi esattamente di quello che mi serve.
Per lo staccato lo stesso; ma, visto, che è un colpo d'arco più di slancio, potrò immaginare di tirare una palla, come un rimbalzo da una parte all'altra (attenzione perché ovviamente, dal punto di vista tecnico, non è un rimbalzo!).
Un altro esempio: se ho una semiminima che dura metà arco io non tirerò l'arco per poi interromperlo. Saprò, prima di iniziare l'arcata, dove esattamente si fermerà la mia semiminima.
Questo controllo delle arcate, ossia la consapevolezza di dove di fermerà la mia arcata (breve o lunga che sia), evita la fermata brusca sulle corde, che schiaccia il suono e lo rende sgradevole.
Il controllo del percorso, invece, rende il suono sempre morbido e ricco di armonici, anche quando le note sono separate tra loro.





Diario di studio

Il mio ricordo del diario risale a molti anni fa e mi riporta a scuola, alle penne colorate e profumate, ai cuori con le iniziali. Con il passare degli anni l'idea di diario si è evoluta (per fortuna) e trasformata in qualcosa di diverso, dalle ricette ai pensieri più profondi, dagli obiettivi che mi ponevo ai disegni. Non sono mai riuscita ad essere costante, ma ogni tanto riprovo e, in questo periodo, mi sono ripromessa di farlo per lo studio del violino.
Scrivere un diario serve a mantenere un miglior rapporto con se stessi, semplicemente perché si sposta l'attenzione su se stessi e su ciò che si fa, evitando di perdersi in inutili rimuginamenti su ciò che accade e soprattutto sugli altri. Quindi, senza ombra di dubbio, un "diario del violino", ossia un controllo dello studio ci può essere utile per affrontarlo meglio, per pianificare la nostra settimana (o il mese), per rendersi conto dei passi avanti e di quello che invece va ancora migliorato, per decidere con anticipo e razionalità cosa affrontare durante la settimana di studio, infine, per cercare di superare la pigrizia.
Come organizzare il diario? Decidete innanzitutto in anticipo quando studiare (c'è chi riesce tutti i giorni, chi si lascia libero il fine settimana, chi tre/quattro volte a settimana). Poi quali argomenti trattare. ad esempio: tecnica, studi, repertorio. Infine cosa studiare di ogni argomento. Appuntate come procede lo studio, i vostri pensieri, i tempi di metronomo di un brano veloce, la sensazione di come vi trovate sullo strumento...
 
Questo è un esempio di quello che io ritengo sia utile studiare sullo strumento; chiaramente chi si dedica interamente alla musica e trascorre ore e ore sullo strumento ha la possibilità di affrontare giornalmente quasi tutti gli aspetti tecnici e musicali. Per gli studenti o per chi lavora, il lavoro deve essere organizzato, visto il minor tempo a disposizione. Si può scegliere di studiare molti esercizi  dedicando poco tempo a ognuno, oppure affrontare uno/due (o tre) argomenti al giorno, cercando di completarli in una settimana.
 
 
 - TECNICA
 
ARCO/CORDE VUOTE
Velocità arco (sempre tutto l'arco, aumentando la durata delle note)
Distribuzione arco (alternanza di note corte/note lunghe)
Appoggio
Studio specifico al tallone e alla punta
Esercizi su due corde
 
MANO SINISTRA
Intonazione/impostazione della mano
Articolazione/velocità

SCALE
Esecuzione lenta
Detaché
Staccato
Legato (2, 3, 4 ecc ecc)
altri colpi d'arco

CAMBI DI POSIZIONE
Studio dei passaggi nelle posizioni più utilizzate con un solo dito
Scale su una corda con cambio da prima a terza e quinta posizione
Scale su una corda con cambio da prima a quarta posizione

DOPPIE CORDE
Terze e ottave
 
- STUDI
Alcuni degli argomenti che riguardano la tecnica si possono affrontare sugli studi in prima posizione, in altre posizioni, con cambi di posizione, con le doppie corde (è uno studio meno specifico ma sempre utile)
 
- REPERTORIO
studiare il repertorio sia con quella che viene definita "tecnica applicata" (mi focalizzo su un passaggio e lo affronto come se fosse un passaggio di tecnica) oppure dividendo il brano per battute, concentrandosi sui diversi aspetti.
 
- ESECUZIONE
si esegue godendosi il più possibile quello che, faticosamente, si è studiato! E si cerca, se possibile, di tenere a mente cosa studiare nelle settimane successive.

-DIVERTIMENTO
suonate quello che volete, come volete, intonato/stonato, diteggiature e arcate come vengono, ma con il massimo del divertimento!!!

Provate a pianificare, secondo questi o altri argomenti che ritenete utili, e a organizzare la vostra settimana.

 

 





La mano ferma

Sappiamo tutti quanto sia difficile essere intonati sul violino! Per quanto riguarda l'orecchio lo studio dell'intonazione non finisce mai, perché più l'orecchio si sviluppa, più diventiamo sensibili alle note stonate. Ci sono però altri due punti fondamentali che riguardano l'intonazione e che, secondo me sono correlati alla posizione e alla morbidezza della mano. Sono da sempre convinta, e l'ho scritto più volte, che una mano morbida e rilassata sia intonata - e vicerversa!
Quindi: cosa significa quello che scrivo e cosa fare?
Iniziamo a posizionare la mano sullo strumento: ruotata e con tutte e quattro le dita su una corda, senza suonare. Se la osserviamo possiamo vedere che le dita sono tonde e, naturalmente, in linea sulla corda. Chiaramente la rotazione della mano sarà fatta tramite il polso e la mano, cercando di lasciare morbide le dita. Le dita, in questo modo, sono già pronte per suonare - tranne il quarto dito che, purtroppo, va allungato.
Iniziamo ora ad abbassare il terzo dito, cercando gradualmente di utilizzare più peso, immaginando il tendine a partire dal gomito, come un filo di un burattino (ricordatevi che si suona con morbidezza), fino a quando dalla corda uscirà finalmente un suono. Ripetiamo quindi per una decina di volte vuoto-terzo dito e proseguiamo con le altre dita, utilizzando il secondo, poi il quarto e, per ultimo, il primo dito.
In questo modo la mano, rilassata, trova la sua posizione naturale, con secondo e terzo dito naturalmente tondi, il primo che si allunga verso il riccio e il quarto verso di noi. La mano, appoggiata sulle corde, si troverà in quella che Curci definisce "prima disposizione" delle dita, con il semitono tra secondo e terzo dito (sulla corda la, ad esempio, ci saranno: si, do diesis, re e mi).
La mano sarà impostata pensando sempre a questa disposizione, tenendo sempre presente quali note corrispondono alle dita, sia su una corda, sia su corde diverse (il do diesis sul la è un secondo dito vicino a la terzo dito sulla corda mi, ad esempio).

Per le disposizioni successive, ossia quando il secondo dito si trova vicino al primo, oppure il primo vicino al capotasto, vedo spesso indietreggiare tutta la mano o, ancora peggio, stringere le nocche tra loro.  In questo modo, quando si suona un si bemolle e un do naturale, il quarto dito sarà calante (continuo a prendere come esempio la corda la).
Per evitare che la mano si sposti indietro ad ogni passaggio a tonalità con bemolli, proviamo questo esercizio di stretching, che serve ad aumentare l'elasticità delle dita e a non serrare le nocche.
 
Senza suonare (sulla corda la): abbassiamo il terzo dito su una corda (lasciandolo giù) e iniziamo a tirare indietro il secondo dito, come se suonassimo un do diesis che, glissando, diventa do naturale; seguito da un si naturale che, sempre glissando, diventa si bemolle. Quindi: terzo dito fermo; do diesis - glissando - do naturale (tengo fermo il secondo) abbasso il primo sul si naturale e poi glissando indietro al si bemolle. In realtà è come se fosse una scala cromatica discendente lasciando giù tutte le dita, terzo, secondo e primo.
Quando ci capita di eseguire un brano con molti bemolli impostiamo prima la mano con la prima disposizione, poi indietreggiamo secondo e primo dito, infine suoniamo la scala di riferimento, facendo attenzione a non arretrare la mano né a stringere le nocche.

PS: chi mi conosce sa che ho la mano tutt'altro che ferma! Ma non sul violino!






Il rituale del violino

Lo studio di uno strumento musicale avviene spesso in modo convulso. Questo dipende da molti fattori, dalla vita frenetica che conduciamo, ma anche da quello di cui parlo spesso, ossia il fatto che i nostri progressi non sono visibili. Cosa significa questo? Che, per capire se un brano viene bene, dobbiamo eseguirlo di nuovo, a mo' di controllo. L'esecuzione "di controllo" però è ansiogena, come un grillo parlante che batte il piede, spazientito, e ci dice "vediamo un po' come viene oggi". Ripeto di nuovo questo concetto: separiamo sempre lo studio dall'esecuzione, dedicando una estrema precisione alla tecnica e una attenzione massima all'esecuzione, come se fosse un concerto. Quello che "in concerto" non viene si studia con calma.

Veniamo quindi all'idea di oggi, ossia ad un approccio allo studio diverso dal solito, più organizzato e più calmo. Prepariamo la nostra stanza (io in passato ho studiato anche in bagno perché la mattina presto era l'unica stanza che non confinava con i vicini) e decidiamo come organizzare lo studio. Quindi: sistemate lo strumento, il leggio con quello che dovete studiare, matita e gomma. Qualche minuto per riflettere su cosa vogliamo affrontare nel tempo che abbiamo a disposizione. Gli argomenti sono tanti, quindi meglio ancora se riusciamo a pianificare uno studio settimanale. Possiamo anche tenere un diario dello studio, con il piano degli esercizi/brani e qualche commento sui punti da migliorare o quelli che invece iniziano a funzionare. Pensiamo quindi all'obiettivo dell'esercizio, facciamo qualche movimento per scaldarci (rotazione delle spalle, pochi movimenti del collo e qualche allungamento delle dita - chiaramente se riuscite a farne di più è meglio) e dedichiamoci interamente al nostro strumento. Cerchiamo di mantenere la concentrazione su quello che stiamo facendo e, appena possibile, cerchiamo di osservarci dall'esterno. Cosa vuol dire questo? Immaginate di vedere in televisione un film di grande tensione; sicuramente, se siamo molto presi, il nostro corpo sarà rigidissimo, con gli occhi sbarrati e le mandibole serrate. Nel momento in cui ci rendiamo conto che non siamo noi i protagonisti (per fortuna), possiamo respirare e rilassarci sul divano, nonostante l'assassino sia alle porte. Con lo strumento, visto che per fortuna non siamo in pericolo di vita, possiamo osservare come si comporta il nostro corpo, e ricordarci di fare alcune semplici cose come respirare (sappiamo tutti che molte volte suinamo in apnea), abbassare le spalle, rilasciare la mandibola, cercare di avere una postura corretta.

Immaginate prima come volete suonare, focalizzate la vostra attenzione su una modalità piacevole; non vi buttate sullo strumento arrivati a casa di corsa, provando malamente un passaggio difficile e continuando a ripetere forsennatamente che tanto non verrà mai.

 


 

 




Il metronomo

 L'odioso metronomo! Perché credo che quasi tutti lo abbiamo insultato, credendo fosse rotto o, peggio ancora, ce l'avesse con noi perché correva!

Prima di parlare dell'utilizzo del metronomo, credo sia utile chiarire la differenza tra mantenere una pulsazione costante e avere il senso del ritmo. Per pulsazione costante significa riuscire a tenere la stessa velocità, senza rallentare o accelerare; il senso del ritmo, invece, non è dato solo dalla costanza e dalla regolarità, ma dalla nostra capacità di far sentire gli accenti e i tempi che compongono un determinato ritmo, il battere e il levare, se il ritmo è in due, tre, quattro... Il metronomo, dunque, serve a mantenere una pulsazione costante, utile a tutti, principianti e professionisti.

Credo che il metronomo sia molto utile, direi indispensabile, per lo studio di note lunghe (corde vuote o scale) e per la tecnica in generale, quindi le varianti alle scale e tutti gli esercizi di articolazione della mano sinistra (Sevcik o Schradieck), per i quali è fondamentale la regolarità. Per lo studio dei brani, invece, il metronomo può servire sia per una esecuzione molto molto lenta (che sarebbe difficile da sostenere senza metronomo), oppure per una esecuzione a tempo, per non correre nel forte e non rallentare nel piano (di solito gli errori più comuni).

Per chi ha difficoltà nell'utilizzo del metronomo può essere utile iniziare con poche battute: si posiziona la pulsazione che ci sembra corretta per il nostro brano/studio/scala, si ascolta bene il ritmo, cercando di immaginare le due o quattro battute, si eseguono e ci si ferma per capire se siamo ancora insieme al metronomo. All'inizio è importante suonare piano, per non sovrastare il suono del metronomo. In questo modo l'impatto è graduale e si lavora, come sempre, con una interiorizzazione del ritmo. Suonare forsennatamente, anticipando o arrancando dietro al metronomo, non serve a nulla.

L'utilizzo del metronomo deve essere parte del nostro studio, ma non deve diventare una dipendenza, altrimenti si perde la capacità di sentire il ritmo, e si delega a un oggetto esterno quello che invece dobbiamo sentire con il nostro corpo.

 

 

 


 






Cantando sotto la doccia

 Non so voi ma nella mia giornata la musica è quasi sempre presente, soprattutto nella mia testa: quella che sento a lezione, quella che ascolto a casa, o quella che mi viene in mente mentre cammino o faccio altro. Canticchio quasi sempre, più o meno silenziosamente. Immagino che, anche per tutti voi, sia chiara la differenza, se non l'abbisso, che c'è tra quello che canticchiamo e quello che proviamo a cantare in voce. Anni fa mi divertivo a chiedere agli amici di cantare la sigla di "Happy days" (storia serie degli anni Settanta) - che, seppur banale, al primo impatto non è di semplice esecuzione (provate, per chi la conosce). La musica che c'è nella nostra testa è fatta di un insieme di sensazioni: le note, gli accordi, l'artiolazione e la dinamica, ma anche i ricordi dell'ascolto, i contorno non musicale; nella nostra testa c'è, meravigliosamente, tutto quanto!

Chiaramente lo stesso accade con il brano che ci piace e che proviamo a suonare con il nostro strumento: spesso e volentieri i risultati sono più deludenti della sigla di "Happy Days"! Cosa fare? Chiaramente la risposta piò ovvia è continuare a studiare, ma non solo. Perché è importante anche non dimenticare come quel brano suonava nella nostra testa, e continuare a canticchiarlo con lo strumento.  Proviamo, allora ad eseguire il brano facendolo somigliare a quello che abbiamo in mente, a far sì che si ricolleghi alla nostra idea musicale. Suoniamo cercando di tralasciare l'orecchio attento che di solito guida l'intonazione e la precisione, usando poco arco, molto leggero, e senza fermarci. Una esecuzione appena accennata.

Quando suoniamo ci sono diversi tipi di ascolto, ossia di attivazione dell'orecchio: c'è l'ascolto attento, quello che dovrebbe essere sempre presente quando studiamo, e quello invece capta l'insieme, di solito la musica che ascoltiamo per il piacere di farlo. Se io sto studiando un passaggio per migliorare l'intonazione il mio ascolto sarà concentrato sul particolare, e ripeterò più volte anche solo due note: metterò in atto quindi un ascolto approfondito, come se osservassi attraverso un microscopio. Se invece voglio provare a suonare il brano come se lo dovessi solo evocare nella mia testa, dovrò sorvolare sui particolari tecnici, e ascoltarlo come si guarda un paesaggio, vedendolo nell'insieme e non nel particolare. Sorvolo su tutto, ma preservo un elemento importantissimo che è la visione d'insieme, il senso musicale di quello che suono che, molto spesso, con lo studio tecnico, a volte perdiamo.

 

 


 



A casa mi veniva

 Eh sì, lo abbiamo detto tutti noi, almeno una volta!

A casa veniva per diverse ragioni...

La prima è che a casa suoniamo più rilassati, senza l'ansia del giudizio di chi ci ascolta. Se poi siamo soli a casa, senza nessuno nei paraggi, si riesce a suonare con una libertà assoluta. Il giudizio degli altri è una delle preoccupazioni maggiori del musicista. Parte dallo studio a casa, passa per le lezioni di fronte all'insegnante, e arriva ai saggi o concerti in pubblico. Nonostante ognugno di noi sia consapevole della propria tecnica e abbia studiato ore e ore (giorni/mesi) un brano, la paura del giudizio altrui è molto spesso invalidante; arriviamo ad immaginare pareri negativi spesso frutto solo della nostra fantasia, o meglio della nostra mente. Come posso essere sicuro che il maestro, il vicino di casa o il pubblico che ci ascolta stia pensando che stiamo suoniamo male invece che alla cena della sera? La focalizzazione su cosa crediamo stiano pensando gli altri, inoltre, ci distrae da quello che è importantissimo per chi suona uno strumento, ossia la concentrazione su quello che si sta facendo.

A casa veniva meglio anche perché, quando studiamo da soli, siamo meno severi con noi stessi. Spesso tralasciamo passaggi che invece andrebbero affrontati meglio, facciamo finta di non sentire gli errori, speriamo che, comunque, la prossima potrà venire bene (una specie di miracolo, perché sappiamo benissimo che, se il passaggio difficile non viene bene almeno una decina di volte, è praticamente impossibile che possa riuscire dopo un errore).

A casa veniva può anche essere, infine, una banale scusa... ma questo argomento finisce qui!

Concludendo, brevemente, la mia riflessione su questa espressione che è diventata anche una specie di gioco: cerchiamo di studiare come se accanto a noi ci fosse sempre un docente severissimo, che non tralascia nulla. Il maestro immaginario non ci giudicherà ("suoni male/suoni bene"), ma ci darà consigli su come tirare l'arco, o sull'intonazione... Insomma, nessun disprezzo!

Cerchiamo, invece, di essere più rilassati, senza paura del giudizio, quando eseguiamo quello che abbiamo studiato a casa. Torno a quello che ho scritto molte volte: lo studio necessita di una grande disciplina e attenzione al più piccolo particolare, con fermate e ripetizioni meticolose dei passaggi più complessi, dividendo il più possibile gli "argomenti" che si affrontano: arco, suono, articolazione, vibrato e così via. L'esecuzione, invece, deve essere più fluida, un "capofondo" libero, possibilmente anche dagli inutili rimuginamenti della nostra testa.

Nella nostra immaginazione, quindi, sarà: a casa con il maestro; a lezione da soli!


Marc Chagall, Il violinista blu




I punti di contatto

 Per "Punto di contatto", tra violinisti, si intende il punto esatto in cui l'arco si appoggia sulle corde (quindi ponticello-tastiera). In questo post, invece, intendo riflettere sui punti di contatto delle nostre mani sullo strumento, sia per la destra sia per la sinistra.

Le nostre mani hanno tantissime ossa, muscoli e tendini, oltre all'indispensabile opposizione del pollice. Per ogni azione noi utilizziamo parti differenti delle dita, sulle quali vorrei soffermarmi. Una premessa: le mani rilassate hanno dita tonde e nocche piatte (ossia non sporgenti, così come sono quando forziamo la mano); la forza e la velocità si raggiungono solo con la morbidezza.

La mano destra tiene l'arco con la punta del pollice, come se fosse una matita, in opposizione a tre dita piatte, appoggiate, e al mignolo, tenuto sempre in punta. Il pollice quindi ha una funzione di opposizione, deve sostenere (si dice "controbilanciare")  tutto il peso che arriva dal braccio: per questo motivo deve essere tondo, ossia morbido, e in punta. Provate a fare un cerchio con pollice tondo e medio: potete stringere quanto volete ma il cerchio non cede. La funzione del pollice, sotto all'arco, è la stessa. Il mignolo è tondo, e svolge la sua funzione di sostegno solo al tallone, dove sorregge il peso dell'arco; negli altri punti si riposa e rimane spesso anche leggermente sollevato. Le altre dita, anche se con funzioni diverse, servono per tenere l'arco, in maniera più o meno stabile (a seconda di quello che stiamo suonando): immaginate di camminare tenendo il vostro cellulare, oppure di bere da una borraccia, o ancora alle scimmie che si tengono ai rami: le dita sono utilizzate nella parte più piatta, al di sotto del polpastrello, in modo tale che le punte siano quasi libere. Oppure pensate di prendere una valigia pesante, o ancora un martello: non usereste mai le punte delle dita. Quindi, se vedete che tenete l'arco con le dita troppo curve, o arcuate, significa che è troppo rigida.

Veniamo alla mano sinistra. Il pollice, come sempre, è "all'opposizione", quindi controbilancia le quattro dita, sempre morbido, utilizzato stavolta nella parte aderente all'ultima falange (c'è chi lo appoggia in punta: sono impostazioni diverse). Le altre dita cadono sulle corde, ossia interrompono la vibrazione della corda quanto basta per farla risuonare bene.  Quale è il punto di contatto delle nostre dita? Io credo che sia quello più sensibile, ossia non la punta estrema, che renderebbe le dita troppo arcuate, ma quello che utilizziamo per passare le nostre dita sul nostro viso, per sentire se una superficie è liscia. Provate a sfiorare le corde, come se doveste sentire le più piccole irregolarità della superficie: quello è il punto di contatto giusto.

Le noste mani sono tanti piccoli lavoratori che hanno capacità diverse che vanno messe in luce: noi siamo il direttore dei lavori e dobbiamo essere in grado di esaltare le doti di ognuno.











Riprendiamo il ritmo: corde vuote

Gli esercizi sulle corde vuote da domani!

Approfitto anche io della ripresa dello studio per fare nuovamente il punto sulle corde vuote.

Iniziate sempre, come dicevo, da qualche esercizio di rilassamento: respirate, muovete il collo (destra-sinistra, alto-basso, lato destro-lato sinistro), poi ruotate le spalle, infine allungate le braccia in avanti e muovete le dita. Insomma, qualsiasi esercizio che serva a non buttarsi a freddo sullo strumento.

Le corde vuote ci permettono di concentrarci esclusivamente sull'arco, sulla condotta, sul peso, la velocità e sulla quantità che utilizziamo. Possiamo, anzi è consigliato, studiarle senza serrare la mandibola sullo strumento, ossia lasciando il collo libero di muoversi (il violino si può tenere con la mano sinistra sulle fasce) per poterci osservare anche ad uno specchio.

1. Velocità

Quando iniziamo a suonare una nota dobbiamo essere subito in grado di conoscere esattamente la velocità della condotta dell'arco; quindi occupiamoci di questo. Mettiamo il metronomo a 60 ed eseguiamo delle arcate (sempre con tutto l'arco) che io definisco "progressive": una arcata che duri un solo movimento (ossia un battito a 60), da ripetere in giù e in su; poi una arcata con due movimenti, fino ad arrivare a minimo 8/10 battiti di metronomo. In questo modo si parte quindi da una arcata molto veloce (quella con un solo battito) a una molto molto lenta (quella che ha 8/10 battiti).

2. Distribuzione

Per distribuzione dell'arco si intende il corretto rapporto tra quantità di arco e durata delle note che si eseguono. L'esempio più semplice: se eseguo una minima seguita da due semiminime utilizzerò tutto l'arco per la minima e metà arco per le semiminime. Via dicendo, quindi, per le note dal valore più piccolo. Chiaramente ci sono molte variabili quando poi si suona un brano (date da esigenze musicali): noi, intanto, ci occupiamo della base, anche perché è orrendo vedere detaché con tanto arco oppure note lunghe con poco arco. Iniziamo quindi dal primo esempio: semiminima, semiminima, minima (metà arco, metà arco e tutto l'arco); proseguiamo con quattro crome (con un quarto di arco) seguite sempre dalla minima; infine otto semicrome (sempre meno arco) seguite ancora dalla minima. L'arcata lunga ci permette di eseguire le note corte una volta al tallone e una alla punta.

3. Peso

Argomento di grande difficoltà, come ho detto già altre volte. Dopo essere certi di aver capito il concetto di peso dell'arco (e del braccio), eseguite tante tante corde vuote lente, ripetendo continuamente, a mo' di mantra, "mi appoggio, mi appoggio, mi appoggio" oppure "il mio braccio è rilassato....." e così via.

4. Dinamica

Applicate la dinamica a qualsiasi esercizio descritto fino ad ora, soprattutto alle note lunghe, insistendo soprattutto sui punti deboli del violino: quindi iniziamo piano al tallone e arriviamo forte alla punta; viceversa, iniziamo forte (ma con un bel suono) al tallone e arriviamo piano alla punta. Sulla dinamica vi potete sbizzarrire a piacere: piano-forte-piano, forte-piano-forte, piano-forte e forte-piano.

5. I punti deboli

Lavorate anche sui punti deboli dell'arco, quindi sul piano al tallone e sul forte alla punta. Al tallone si possono eseguire delle note in piano, morbide e molto legate tra loro; ricordatevi di utilizzare bene il mignolo, lasciandolo morbido e tondo ma attivo muscolarmente. Alla punta, invece, eseguite delle note staccate, molto forti, appoggiandovi bene sull'indice (quindi cercando di percepire tutto il peso del braccio) e lasciando morbido, anche leggermente sollevato, il mignolo.

6. Esercizi su due corde

Utili per lavorare bene sia sulla precisione dell'arco su ogni singola corda (quindi per non suonare la corda vicino quando eseguiamo passaggi veloci), sia per il cambio, che deve essere preciso ma morbido. Decidete un ordine delle corde: ad esempio sol, re, sol re - sol sol, re re.... - sol re, re sol... suonando anche corde lontane (sol e la e poi sol e mi). Utilizzate all'inizio tutto l'arco, suonando lentamente, riducendo progressivamente la quantità di arco (quindi la durata delle note) ed eseguendo sia al tallone sia alla punta. Lo scopo è quello di ottenere un cambio di corda prima molto preciso, anche se può sembrare meccanico e brutto all'ascolto, poi invece impercettibile.

Buon lavoro e buon inizio di anno scolastico a tutti!

 

 







 



Riprendiamo il ritmo

 Le vacanze sono ormai quasi finite per tutti ed è arrivato il momento di tornare allo studio! A prescindere da come siano trascorse (città, mare o montagna) quasi tutti noi ci siamo presi una pausa dai ritmi consueti, soprattutto dallo studio. Pausa che, come ho scritto altre volte, è utile da tanti punti di vista, mentale e fisico. Il corpo ha bisogno di staccarsi dal quotidiano, di riposarsi e di metabolizzare quello che ha appreso durante l'anno. Le vacanze sono necessarie per ricaricarsi.

Quando si riprende lo strumento dopo un periodo di pausa, il primo momento è il più piacevole, perché l'orecchio è meno reattivo (e percepisce meno sia intonazione sia il suono), il nostro corpo è più rilassato e ci stupiamo di non essere peggiorati così come immaginavamo. Riprendendo lo studio, invece, è come se il nostro livello peggiorasse, perché l'orecchio torna ad essere più attivo e il nostro corpo più contratto. E' importante, quindi, riuscire a far sì che il riposo e la carica che abbiamo ricevuto durante l'estate, non vengano sprecate. Ricordiamoci che uno studio corretto fa sì che il livello raggiunto rimanga stabile nei mesi: se abbiamo affrontato bene una difficoltà tecnica la ritroveremo anche a settembre. Viceversa, se abbiamo un problema irrisolto, cerchiamo di riprendere da zero e affrontarlo con calma.

Come riprendere lo studio e, soprattuto, come mantenere dei benefici dell'estate?

L'elemento che credo sia più importante è la rilassatezza del nostro corpo: ricordiamoci sempre di iniziare lo studio con un po' di stretching e di respirazione (cosa che ci siamo probabilmente ripromessi tutto l'anno). Proseguiamo poi con le corde vuote, studiando sia la distribuzione dell'arco sia la velocità. Poi le scale, la tecnica (mano sinistra, cambi di posizione), uno studio e i brani.

Ovviamente non tutto insieme ma dividendo ogni argomento per qualche giorno, anche se magari ci sembrerà banale studiare per più giorni solo corde vuote. Continuo a ripetere che non si studiano mai abbastanza né con la adeguata concentrazione. A prescindere da cosa studiamo, cerchiamo di mantenere sempre rilassato il nostro corpo, e di riattivare l'orecchio, ascoltando quello che suoniamo con la massima concentrazione, perché è solo così che l'orecchio lavora.

In questi mesi ho scritto poco perché mi sono divertita a guardare i video di grandi violinisti su Instagram; non solo esecuzioni ma soprattutto esercizi tecnici. Brevi video in cui si può osservare un attacco al tallone di pochi centimetri (ripetuto venti volte). E' una fortuna poter avere la possibilità di vedere come studiano i grandi maestri, quindi, visto che il mondo sta diventando sempre più virtuale, approfittiamo di questo preziosissimo lato positivo.
 
 
 
 
 
 

 
 
 



 


Controlliamo il peso

Continuo a parlare dell’appoggio del suono, ossia dell’arco e del braccio, perché penso che sia uno dei punti più importanti e difficili da trovare per un violinista. Come ho ripetuto già molte volte, è difficile rilassare i nostri muscoli anche in situazioni piacevoli, come quando ci troviamo su un comodo divano; spesso il vero rilassamento avviene pensando di farlo e respirando. Prendendo quindi coscienza che ci stiamo rilassando.
Sullo strumento, quindi, è ancora più difficile e deve partire da una assoluta consapevolezza.

In ogni punto dell’arco dobbiamo utilizzare un peso differente, sia per eseguire una arcata dall’andamento regolare, sia imparare a variare la nostra dinamica. Per questo motivo è fondamentale imparare a dosare con un controllo totale il peso del nostro arco.
Al tallone l’arco va sostenuto, altrimenti il suono risulta aspro; verso la metà va condotto, lasciato andare; alla punta dobbiamo aggiungere peso del nostro braccio altrimenti l’arco scivola sulle corde, soprattutto nel cambio di arcata. In pratica partiamo, al tallone, sostenendo il nostro arco e, gradualmente, rilasciamo il peso alla punta.
Impariamo quindi a gestire il peso del nostro arco, passo dopo passo, centimetro dopo centimetro; ovviamente è un esercizio meticoloso, che dimenticheremo nel momento in cui tireremo l’arco pensando al suono o alla dinamica.
Dividiamo l’arco, con dei post-it che poi si staccheranno facilmente, in quattro parti uguali: tallone estremo, punta (dove di solito arrivate) e due parti alla metà.
Al tallone cerchiamo di percepire la tenuta dell’arco, con le dita morbide e tonde; nei due punti che si trovano alla metà l’arco si tiene quasi da solo, possiamo molleggiare con il braccio; alla la punta, invece, dobbiamo scaricare il peso del nostro braccio, dalla spalla, lungo il braccio, direttamente sul nostro indice, come fosse un uncino che si aggrappa alla nostra bacchetta. Rimaniamo fermi su questi punti qualche secondo, provando le diverse sensazioni: fermi, come una bilancia. Tallone sostengo; metà non faccio nulla; punta mi appoggio, mi aggrappo alla corda.
Poi proviamo a suonare partendo da fermi, per capire anche quale velocità è necessaria per il peso che stiamo utilizzando. Per esempio: se al tallone voglio suonare forte sosterrò meno il peso ma dovrò quindi tirare un’arcata veloce; se invece trattengo l’arco potrò iniziare lentamente. Impariamo a suonare in tutte le situazioni: tallone, arcata lenta, piano; tallone, arcata veloce, piano; tallone arcata lenta forte; tallone, arcata veloce forte.
Proviamo queste varianti nei quattro punti dell’arco che abbiamo definito precedentemente. Partendo sempre da fermi!

Ricordiamoci di essere coscienti, sempre, del peso che stiamo utilizzando.