Trasgredire le regole

Lo studio di uno strumento porta con sé una serie di regole ferree che riguardano sia la postura sia l'esecuzione. Il nostro corpo spesso è costretto in una posizione così specifica, soprattutto sul violino, da rischiare di diventare costrittiva. Lo stesso vale per l'esecuzione dei brani: ritmo, intonazione, diteggiature e arcate. Tutto deve essere assolutamente perfetto, a posto.
L'arte è "artificio", quindi anche questo: ripetizione continua di passaggi che devono diventare automatici, per poi essere a servizio dell'espressività. La difficoltà maggiore è riuscire a sembrare naturali ed espressivi, pur dopo un duro lavoro alle spalle.
Premesso quindi che il lavoro giornaliero sulla tecnica è indispensabile, pensiamo anche a come  vivere liberamente le regole, per evitare che queste non diventino costrizione per il nostro corpo.
Intanto è fondamentale fare stretching prima e dopo aver suonato, insieme a qualche esercizio che bilanci la posizione che assumiamo quando suoniamo.
E poi.... cerchiamo, ogni tanto, di fare come ci pare.
Suoniamo con le arcate che più ci piacciono, come vengono. Diteggiature decise all'ultimo momento, anche assurde. Divertiamoci e interpretiamo il brano a modo nostro, con le dinamiche che ci convincono di più. Anche per trovare una interpretazione nostra del brano che suoniamo (evitate quindi di ascoltare altre esecuzioni prima di avere una vostra idea).
E poi lavoriamo sul corpo: provate a camminare mentre suonate, a muovere e piegare le gambe. Abbassate e alzate il violino, sia il riccio, sia l'appoggio (dal collo, fatelo scendere fino al petto). Muovete le due braccia, esagerando il movimento. Suonate sul divano, oppure con il gomito sinistro appoggiato su un tavolo (comodissimo, tra l'altro), o  sdraiati sul letto... Parlate con qualcuno, ma anche da soli, mentre suonate. Insomma.... fate voi, chi più ne ha più ne metta! Vi accorgerete che è molto più difficile di quello che pensate!





L'OM del violinista

Ossia, sempre e ancora, la ricerca della vibrazione, e non solo del suono dello strumento.

Iniziamo ponendo attenzione alla postura (mi ripeto, ma credo che sia utile): piedi larghi (come le spalle), busto dritto, spalle basse e morbide, testa verso l'alto. Facciamo passare qualche secondo concentrandoci sulla respirazione - di più sarebbe meglio ma va bene anche così.
Ruotiamo gli occhi verso l'alto, come se appoggiassimo la nuca su un cuscino, e poi posizioniamo il violino sulla clavicola con la mano destra, lasciando giù il braccio sinistro. Mettiamo nuovamente la mandibola sulla mentoniera. Il violino, così, dovrebbe sorreggersi senza sforzo, con il solo peso della testa, e la spalla sinistra dovrebbe essere libera.
A questo punto, provando a lasciare la testa libera, quindi muovendola, posizioniamo lo strumento sulla clavicola e proviamo a farlo scendere, fino all'altezza dello sterno, ma anche più giù, come i violinisti del sei-settecento, continuando a suonare cambiando ogni tanto la posizione dello strumento.
Suoniamo solo il sol e cerchiamo di ascoltare e di guardare la vibrazione della corda. Sulla corda sol è più semplice da capire perché è una corda bassa e la vibrazione è larga. Non importa la durata del suono, l'importante è che il suono sia libero, che vibri. Se la nota è troppo corta non si riesce ad affondare, ad appoggiare l'arco, se invece è troppo lunga si rischia di grattare. Ognuno troverà la sua nota ideale.
Ripetiamo il sol come un mantra, come l'OM, ascoltando il suono e osservando il fuso che si forma quando la nota è suonata correttamente. Ascoltiamo anche cosa succede quando l'arco si ferma sulla corda e proviamo a non interrompere la vibrazione. Cerchiamo di mantenere ampio il fuso della corda e teniamo a mente questo suono anche quando riprenderemo a suonare il resto, cercando di ottenere sempre lo stesso risultato sonoro.

Om è una solenne affermazione.






Carl Ph. Emanuel Bach "Opere per violino e clavicembalo" recensione

La recensione delle opere per violino e clavicembalo di Carl Philipp Emanuel Bach (la trovate sulla Rivista Musica+ : scaricate il documento! E' gratuito!)



L'intonazione

La maggior parte degli esercizi tecnici sul violino sono facilmente comprensibili: se devo eseguire più velocemente un passaggio veloce aumento gradualmente il metronomo, se devo studiare un colpo d'arco lo ripeto più volte, lo stesso per cambiamenti di posizione o note particolarmente difficili.
Lo studio dell'intonazione, invece, è meno immediato, perché il lavoro che compie l'orecchio nel cercare di capire se una nota è intonata non è sempre scontato. Ossia, siamo sempre noi stessi che decidiamo se una nota è intonata o meno. Ma chi ci dice che lo sia realmente? Ovviamente la risposta scientifica, ma neanche tanto, è l'accordatore (si può studiare anche con l'accordatore ma va usato solo dopo che si è convinti dell'intonazione di una nota, ossia come verifica; altrimenti non serve a nulla).
L'orecchio, nel suo insieme di ossicini, membrane, liquidi e altro, si comporta come un muscolo e, come tale, va allenato. Più lo lo sottopongo a un ascolto attento più questo sarà in grado di essere preciso nell'identificare l'intonazione di una nota.
Credo che vi sia capitato di trascorrere dei periodi senza studiare. Quando si riprende lo strumento sembra quasi tutto a posto! Forse anche meglio (in parte è meglio perché ci si rilassa). Dopo qualche giorno, invece, suono e intonazione sembrano peggiorare! In realtà non siamo peggiorati noi ma si è riattivato il nostro orecchio, che è tornato in forma e più intransigente nei confronti di quello che suoniamo.
Quindi... cosa fare?
Dedicate una decina di minuti al giorno allo studio dell'intonazione. Come? Eseguendo pochissime note e chiedendovi più e più volte se queste note sono intonate (e se il suono è bello).
L'orecchio si affinerà, giorno dopo giorno. E' importante correggere la nota alzando e riabbassando il dito della mano sinistra, evitando di fare la tipica e orribile scivolarella (io la chiamo così). In questo modo la mano, direi anche il nostro corpo, capirà in modo saldo e sicuro la strada per una caduta corretta e solita.
E giorno dopo giorno migliorerà l'attenzione al suono, al vibrato, ai cambi di corda.... ma anche a tutto ciò che ci circonda...




Spalliera sì, spalliera no

Non darò, ovviamente, una risposta al quesito che logora molti violinisti.

Suonare con la spalliera o senza ha, in entrambe i casi, lati positivi e lati negativi. Ognuno di noi, guidato dall'insegnante, troverà il suo giusto equilibrio, ossia il modo più comodo e rilassato per suonare e sorreggere il violino.
Suonando con la spalliera si ha un maggiore spessore e una presa più solida, direi sicura (anche psicologicamente). Il problema, però, è che spesso si stringe lo strumento sotto al mento in modo esagerato. Si serra la mandibola e si torcono malamente i muscoli del collo e ovviamente la parte superiore delle vertebre cervicali, irrigidendo anche la parte anteriore, a destra.
Senza spalliera lo strumento è più libero, anche il suono che ne viene fuori. La difficoltà risiede nel riuscire a trovare una presa stabile e capire come tenere lo strumento in equilibrio tra collo-mandibola, appoggio sulla clavicola e mano sinistra.
Ripetendo ancora che ognuno di noi troverà il suo modo, il mio consiglio è quello comunque di provare a suonare senza spalliera, per capire poi come evitare di serrare lo strumento con i muscoli del collo.
Spalliera o non spalliera il violino va tenuto (sostenuto) morbidamente. Vediamo come.
Lo strumento si appoggia sulla clavicola (e la spalla sinistra); proviamo a suonare senza collo, ossia con il mento alzato, magari guardando verso l'alto. Cerchiamo il punto in cui il violino si appoggia, e si tiene da solo, senza stringere, solo con l'aiuto della mano sinistra. Ovviamente all'inizio sarà difficilissimo; il violino oscillerà molto e cadrà di continuo.  A forza di insistere ci si riesce. Si possono suonare corde vuote, melodie semplici o scale in prima posizione.
La ricerca del punto in cui il violino è in equilibrio è molto importante. Una volta trovato questo punto il nostro corpo si convincerà che non serve serrare lo strumento in modo eccessivo, e rimarrà rilassato anche riprendendo la spalliera e impiegando nuovamente la testa per fermare il violino.
L'altro punto importante è l'appoggio sulla mano sinistra, che serve a sostenere il peso del violino nei passaggi in prima posizione o nelle corde vuote.
Possiamo esagerare abbassando progressivamente il violino, fino a suonare come i violinisti del Settecento, sul petto.
Ricordiamoci quindi che il violino non va sempre serrato come un portafogli in metropolitana! Se suoniamo delle corde vuote lasciamo andare lo strumento sul nostro corpo. Lo stesso se eseguiamo dei passaggi semplici, anche veloci, in prima posizione. In questi momenti possiamo anche sollevare la testa dallo strumento, o muoverla. Se ovviamente, invece, dobbiamo affrontare un passaggio da una posizione acuta a una più bassa, magari legato e vibrato... a quel punto possiamo tenerlo ben saldo a noi.
Così come per la tenuta dell'arco, è importante l'equilibrio. Il nostro corpo ben solido a terra, le braccia morbide, la testa come appoggiata su un cuscino. Il tutto servirà ad avere forza ed energia nel momento in cui queste sono necessarie.


(dedicato al mio amico Fabio)



Lo specchio deformante

L'esibizione in pubblico è sempre e per tutti il momento più difficile da affrontare.
La paura del pubblico c'è per tutti, dilettanti, studenti, professionisti; ovviamente il professionista avrà delle armi e dei mezzi appropriati per affrontarla. Ma ripeto, l'emozione la vivono tutti.
Prima di un'esibizione in pubblico è fondamentale una preparazione molto accurata: i brani devono essere più che sicuri, quasi automatici, soprattutto per chi poi, di fronte a una platea, si emoziona e rende meno. Ma anche per i più sicuri e sfacciati non è possibile suonare senza aver sistemato la tecnica e la musica che c'è dietro a un brano. A tutto questo si aggiunge la musica, l'attenzione a quello che vogliamo e proviamo a trasmettere a chi abbiamo di fronte, fosse anche solo nostra nonna.

Veniamo ora alla performance, al momento dell'esecuzione.
Di fronte a un pubblico il grillo parlante, che di solito giudica ciò che facciamo, si trasforma in un mostro spaventoso: non è solo il giudizio negativo, di cui ho già parlato, ma una visione distorta di ciò che siamo. Un semplice sbaglio, un suono sporco ci trasforma da un momento all'altro in totali incapaci (per noi stessi, ovvio, gli altri non si accorgono di tutto ciò). E' come se ci vedessimo in uno specchio deformante.
Dovremmo invece essere coscienti di chi siamo, di cosa e come lo suoniamo e di fronte a chi.
Un esempio: sto per suonare a un saggio, sono al terzo anno e di fronte ho gli amici e i parenti. Se qualcosa va storto non suonerò mai come un allievo del primo anno. Viceversa, anche se suono tutto alla perfezione, con serenità e musicalità... di sicuro non suonerò come Perlman.
Cerchiamo quindi di essere razionali e consapevoli, soprattutto nel momento in cui stiamo suonando di fronte agli altri. Se abbiamo studiato a sufficienza e siamo preparati il brano non potrà essere mai così orrendo come ci appare nel momento di massima negatività.
Quindi: evitiamo malumori perché un passaggio non è venuto, o la disperazione totale a seguito di un suono che non è dei migliori. Andiamo avanti, tiriamo fuori il risultato di quello che abbiamo studiato e pensiamo alla musica.  La considerazione esageratamente negativa di noi stessi non ha senso e danneggia l'esibizione, inoltre ci distrae da quello che siamo suonando che ha bisogno della massima concentrazione.
Come si cancella il pensiero negativo? Lasciandolo da parte ogni volta che arriva, ignorandolo, cercando di sostituirlo con pensieri positivi, o concentrandosi su elementi tecnici o musicali, ancora meglio. Noi siamo assolutamente in grado di controllare il nostro pensiero, anche se non è facile. Basta iniziare e provarci tutti i giorni.
Impariamo a cancellare la nostra immagine deformata e sostituiamola con noi stessi o, come ho detto tempo fa, con il musicista al quale vorremmo assomigliare. E ricordiamoci sempre che noi siamo quello che immaginiamo, o pensiamo, di essere.