Contro la legge di gravità

Come dico spesso ai miei allievi "è più facile buttarsi su un divano che tirarsi su". L'arcata del violino è un costante lavoro di caduta e risalita: quest'ultima va contro le leggi di gravità.
Mentre l'arcata in giù, per quanto comunque complessa i primi tempi, è aiutata dalla forza di gravità, quella in su presenta due difficoltà: la prima è appunto il fatto di riportare il braccio in alto, la seconda quella di suonare al tallone, punto debole di ogni violinista.
Prima di tutto, quindi, è importante riuscire suonare senza paura al tallone, per acquisire una cerca padronanza e poi una discreta scioltezza. Si possono eseguire note corte, all'inizio anche staccate perché è più semplice, al tallone estremo, anche dove a volte non abbiamo più la pece!

Sfatata la paura del tallone bisogna concentrarsi sempre sull'arcata in su, cercando di tornare sempre al punto di partenza, ovviamente in caso di note di uguale valore. Un errore che può capitare spesso è quello di ritrovarsi alla punta pur suonando note che dovrebbero rimanere nello stesso punto dell'arco - ad esempio un detaché alla metà.
L'arco va utilizzato dove suona meglio: possiamo decidere per esempio di eseguire un detaché alla metà, oppure un passaggio più forte e deciso al tallone o ancora un pianissimo alla punta. Questo ovviamente a grandi linee, la lista è lunga...
Di certo, comunque, non possiamo suonare alla punta perché l'arco ci è finito lì senza sapere perché, oppure perché abbiamo paura del tallone!






Largo ai più deboli

La mano del violinista si trova in una posizione estremamente scomoda, ossia totalmente ruotata. Questa rotazione, che fa perno sul primo dito, fa sì che il dito più debole,  il mignolo, in un certo senso arrivi per ultimo. Pensate se fosse stato al contrario quanto sarebbe stato più comodo (l'indice il primo dito verso di noi, il mignolo quello vicino al capotasto)!

Quando mi sono avvicinata al violino, da piccola, ho iniziato suonando le corde vuote, poi il primo dito, il secondo, il terzo e, per ultimo (quindi credo dopo qualche mese di studio), il povero mignolo.
Arrivando per ultimo, il quarto dito trova già una mano impostata sul primo che, oltre ad essere forte e più lungo, si trova vicino alla tastiera. Il mignolo quindi fa una doppia fatica: la prima è quella legata alla sua natura, ossia di essere più piccolo degli altri, la seconda è quella di trovare posto per ultimo, quando gli altri sono già belli che sistemati.
Per questo motivo credo che, nei primi mesi di studio, la mano vada impostata partendo dal secondo e dal terzo dito, che sono centrali e costringono alla rotazione della mano. In questo modo l'indice deve solo abbassarsi lì dove si trova, e il mignolo parte avvantaggiato. Inoltre la mano trova naturalmente la giusta rotazione, ossia con la base del mignolo vicino al manico.
L'impostazione della mano partendo dalle dita centrali può essere studiata e affrontata anche all'inizio dello studio giornaliero o quando proviamo l'intonazione: non partiamo suonando primo, secondo, terzo e quarto. Proviamo prima la caduta e la posizione del terzo dito, facendolo cadere più volte sulle corde, morbidamente e senza stringere le falangi.
Trovata la giusta posizione cerchiamo di capire se è anche intonato - se fosse stonato cambiamo posizione sulla tastiera, ossia modifichiamo la mano e non il solo terzo dito (senza quindi scivolare sulle corde). Dopo il terzo proviamo il quarto e, al contrario, secondo e primo.
Appena la mano sinistra è sulle corde sempre e solo terzo dito per primo: sono convinta che, agevolando le dita più lontane, la mano trovi un equilibrio più sano, con una rotazione più naturale.


Come un tamburo

Il ritmo ci accompagna sempre...
E' ritmo il respiro, il battito cardiaco, così come i nostri passi. Hanno un ritmo le nostre azioni quotidiane, il susseguirsi di giorno e notte, settimane, mesi, stagioni e anni...
Quando ascoltiamo un qualsiasi brano musicale ci viene spontaneo battere il piede, o comunque muoverci dietro al ritmo.
Per questo motivo, secondo me, il ritmo viene prima di tutto.
Non possiamo studiare un'arcata, anche una semplice corda vuota, senza pensare prima a quanto durerà (lunga, corta...). E, anche quando sarà lenta, avrà comunque una durata stabilita.
Sul violino non è sempre facile marcare bene e con precisione la pulsazione ritmica. Se pensiamo alla chitarra, per esempio, abbiamo chiara l'immagine del dito che è a diretto contatto con la corda.
Sul violino invece la mano destra tiene un lungo arco che, parecchi centimetri più in là (e non sempre nello stesso punto), andrà a sfregare le corde. Il punto di contatto tra arco e corda, il punto esatto il cui si produce il suono, è lontano dalla mano che lo produce!
Ovviamente, e per fortuna, il violino è avvantaggiato nelle frasi legate!

Credo quindi che siano molto utili degli esercizi ritmici indirizzati allo sviluppo della pulsazione ritmica pensata esattamente nel punto di contatto tra arco e corda. L'inizio della nota, ossia il momento il cui l'arco si muove, deve coincidere con la pulsazione ritmica.
Sembra strano ma spesso, pur andando a tempo, si anticipa costantemente l'inizio della nota. Questo crea non solo un ritmo poco marcato, ma anche un senso di costante accelerazione e poca pulizia -  perché l'arco arriva quando la mano sinistra, ancora non è pronta.
Mi capita spessissimo di sentire allievi, anche bravi, che riescono ad andare perfettamente a tempo con il metronomo, ma di essere sempre in anticipo sulla pulsazione.

Lavoriamo costantemente a questo  esercizio, con il metronomo, eseguendo brani semplici o scale con note ripetute - il detaché è il colpo d'arco ideale. I colpi d'arco e la coordinazione destra-sinistra miglioreranno notevolmente.
Pensiamo al violino come a una batteria o a un basso elettrico: l'importante è concentrarsi sul ritmo e non avere fretta!







Tira la fune

Come ho già scritto in passato, sono convinta che le immagini mentali e l'idea che abbiamo di noi stessi o di un movimento, siano importantissimi nell'approccio al violino.
Ci sono molte immagini o sensazioni che sono molto importanti per la postura e per la tecnica: le spalle bene aperte, le braccia distanti tra loro e non chiuse, il peso dell'arco, la tenuta delle dita al tallone e lo slancio alla punta.... L'importante è riuscire a suonare (o studiare), pensando anche a cosa accade al nostro corpo.

Tira la fune è l'immagine che mi viene in mente quando suono e penso alla mano sinistra. Per immagine mentale intendo la sensazione che provo mentre abbasso le dita sulla tastiera.
Prima di tutto, ovviamente, è importante imparare ad avere la percezione della propria mano: dove stringo? dove appoggio? che sta facendo la mia mano?
I punti chiave sono: il pollice, che deve essere saldo ma non stringere, e muoversi anche liberamente, la base dell'indice, il medio, che è un importante punto d'appoggio. Le altre dita si devono muovere liberamente come se suonassero un pianoforte.
A questo punto cerchiamo di capire cosa accade nella mano e arriviamo alla fune del titolo!
Spesso e volentieri la mano sinistra viene sistemata sul manico pensando subito al primo dito, di conseguenza serrando i tendini che si trovano alla base delle dita e impedendo al quarto di allungarsi come dovrebbe.
Immaginiamo ora di avere una corda, meglio ancora una sciarpa legata di fronte a noi (sulla maniglia di una finestra): tiriamo la sciarpa come se stessimo suonando il violino, quindi con la mano ruotata. Osserviamo cosa accade: l'indice quasi non esiste, e tutta la forza si concentra tra secondo e terzo dito, se non addirittura su mignolo! La posizione che usiamo per tirare la fune, secondo me, è perfetta per l'equilibrio delle nostre dita.
Proviamo lo stesso sul nostro strumento: iniziamo dal terzo e quarto dito e cerchiamo quella sensazione di forza misurata con la quale tiravamo la fune.
La mano è adagiata sul manico, come se indicasse qualcosa di fronte a noi, come se appunto tirasse la fune. Le dita stringono la fune con uguale forza, come avvolgendola.







Prenditi cura di lui

Per ogni azione che compiamo possiamo decidere di prendercene cura o passarle sopra con estrema cialtroneria. Dipende solo da noi.
Visto che comunque stiamo facendo qualcosa facciamola bene.

Esempi quotidiani: per le donne la differenza tra truccarsi normalmente e metterci invece una cura estrema è abissale! Così come cucinare: preparare un piatto pensando o, peggio, facendo altro porta a un risultato scadente, mentre cucinarlo con attenzione (anche un semplice sugo di pomodoro) lo fa diventare un capolavoro! Per non parlare delle piante! A ognuno il suo.
Insomma, a volte un risultato positivo dipende solo dalla cura che ci mettiamo.

Studiare è lo stesso.

Studiamo con attenzione, o con amore, come vi piace di più. Rendiamo lo studio un momento piacevole, un'attenzione particolare nei confronti di noi stessi.

Qualsiasi cosa suoneremo (da poche corde vuote a un bellissimo concerto) sarà di grande effetto - veramente avevo scritto Affetto... Lapsus!






La strada giusta

Come ho già scritto altre volte, chi suona uno strumento musicale non riesce a determinare con sicurezza i suoi progressi, ossia ad avere un tangibile risultato dello studio giornaliero. Un giorno si studiano molte ore e la mattina successiva ci si sveglia con il dubbio che quel passaggio difficile, tremendo, forse ancora non verrà!
Per questo motivo, secondo me, gran parte dello studio spesso è frutto di questa insicurezza, del bisogno di controllare se il passaggio c'è, se siamo in grado di eseguirlo. Così si prova e, se non viene, si ripete fino a quando, per insistenza più che per consapevolezza, magari due o tre volte su trenta, riesce bene.
Credo che invece la ripetizione dei passaggi difficili, quelli che vanno ripetuti davvero numerosissime volte, vada affrontata solo quando il passaggio è sicuro e soprattutto chiaro nella testa - e nelle mani.
Prima di tutto, quindi, cerchiamo di capire qual è il vero problema: arco, dita, velocità, cambi di posizione.... Dobbiamo essere assolutamente consapevoli di quello che stiamo facendo. Poi iniziamo a eseguirlo correttamente, anche se molto molto lentamente. Infine affrontiamo la ripetizione, anche meccanicamente, ma sempre e solo in modo corretto, come se dovessimo insegnare al nostro corpo l'esecuzione giusta.
Ripetiamo l'esecuzione corretta, il giusto percorso, e non i tentativi per raggiungere questa (che magari sono fatti di molti errori).
Lo stesso vale per la tecnica. Se abbiamo un esercizio che sviluppa la velocità, come per esempio gli esercizi di Schradiek o di Sevcik, è inutile ripetere a velocità assurde note stonate o dita storte. Sistemiamo prima tutto per bene! Posizione della mano, intonazione - che senso ha ripetere venti volte un passaggio veloce se le note sono stonate? Poi aumentiamo progressivamente la velocità fino ad arrivare a quella desiderata, che magari arriverà dopo giorni o settimane di studio corretto.
Lo studio va portato avanti con estrema attenzione e precisione, e con una concentrazione che permette di non sprecare tempo in inutili ripetizioni. Ripetere note sbagliate, passaggi sporchi o stentati equivale a ripetere l'errore e ad imparare quello.
Se dobbiamo ripetere quaranta volte un esercizio orrendo, e fatto male, quel punto è meglio uscire e farsi una bella passeggiata, almeno non si fanno danni!






Fino alla fine

Ho già parlato delle somiglianze tra il linguaggio e la musica. Ci sono diversi aspetti che possono essere messi in relazione per capire meglio il linguaggio sonoro, sicuramente più complesso di quello parlato. Uno di questi riguarda la conclusione delle frasi o delle parole: la fine di una frase si percepisce dal tono e dall'accento che noi utilizziamo, inconsapevolemente.
Quando si suona tutto questo è meno ovvio e, a volte, presi magari dalla foga della fine del brano, si danno degli accenti sulle ultime note rendendo il finale pesante e sgraziato. Diciamo tirato via.
Spesso si termina una frase o un brano senza l'attenzione che questo merita. Ogni frase, invece, va curata fino in fondo, nei minimi particolari - anche il movimento dell'arco (rimane sulle corde e poi si alza, con molta calma; oppure si alza velocemente....).
Quindi, quando finiamo una frase, cerchiamo di curarla fino alla fine e, di conseguenza, chiudiamola così come si chiudono le parole senza accento: due note suoneranno come le parole con due sillabe, così come quelle con tre e via dicendo. L'importante è che il senso del finale sia chiaro a noi e al nostro orecchio. Anche perché, in realtà, ogni cosa che facciamo andrebbe curata fino in fondo, accompagnata fino alla fine. Un po' come, al termine di un bel film, leggiamo tutti i titoli di coda!