Mario Brunello - 24 giorni di studio

Grandissimo violoncellista e immenso docente, Mario Brunello ha pubblicato "24 giorni di studio - violoncello" (pubblicato da Antiruggine).
Iniziando a sfogliare il volume mi ha colpito molto l'importanza che dà alle corde vuote e alle note lunghe, una pratica che molto spesso viene data per scontata, ma che invece ritengo la base per un grande suono.

Vi scrivo qui i riferimenti per il volume e per i video che il Maestro, durante i mesi di marzo e aprile, ha "regalato" giornalmente agli utenti di facebook.


Con le differenze che ci sono tra violoncello e violino, approfittate di questi consigli e fateli vostri (per me è un grandissimo insegnamento):


http://www.antiruggine.eu/shop/a/24-giorni-di-studio-violoncello/


https://www.facebook.com/watch/mariobrunellocello/294005078641951/








Sempre in anticipo

Così come ho scritto in un post intitolato “Come un direttore d’orchestra”, le dita della mano sinistra devono essere sempre in anticipo rispetto all’arco. Si tratta ovviamente di un tempo infinitesimale, ma il dito deve essere sulla corda prima che arrivi l’arco.  Si torna anche al discorso del post precedente, ossia “un piede alla volta”, quell’attimo in cui entrambe le dita sono insieme sulla tastiera, e si danno il cambio senza staccarsi contemporaneamente da terra.
Ho sempre ritenuto molto utile studiare l’anticipo delle dita; lo trovo uno studio che, una volta superato lo scoglio iniziale (ora vi spiego), diventa anche piacevole.
Studiare l’anticipo delle dita, almeno per come l’ho sempre pensato io, significa eseguire molto lentamente un passaggio che decidiamo di affrontare abbassando un dito mentre quello precedente è ancora giù.

Partiamo dall’esercizio più semplice, ossia una scala discendente sulla corda adiacente; ad esempio sto eseguendo sol maggiore e mi accingo a suonare il quarto, terzo, secondo e primo dito sulla corda LA. Dividiamo ciascuna nota in due tempi (una minima): mentre suono il mi quarto dito posiziono il terzo; mentre suono il terzo posiziono il secondo, mentre posiziono il secondo il primo. In pratica avrò una sorta di suddivisione muta: durante la nota che dura due movimenti sulla corda si abbassa l’altro dito (dal punto di vista sonoro si percepisce solo la nota che dura due movimenti). All’inizio non sarà per niente facile e l’arco partirà insieme al dito che si abbassa… devo riconoscere che le prime volte ci si innervosisce parecchio! Siate però pazienti e, alla fine, l’indipendenza tra le due mani arriverà. Una volta superata la prima difficoltà si può studiare l’anticipo delle dita in qualsiasi occasione, soprattutto nei brani con note veloci su corde diverse. E’ uno studio che mi piace molto, sinceramente non so spiegare il motivo, forse perché mi chiarisce i diversi movimenti che facciamo, forse perché (come ormai sapete tutti) mi è sempre piaciuto lo studio lento.
Lo studio dell’anticipo si fa e si dimentica, poiché una volta che il brano si esegue a velocità è ovviamente impensabile (ma anche inutile) pensare di anticipare il dito sulla corda. Il nostro corpo, ossia le due mani, lo avrà assimilato, e quindi l’esecuzione sarà molto più precisa e consapevole.




Un passo dopo l'altro

Ogni volta che penso al movimento delle dita della mano sinistra di un violinista mi vengono in mente le sequenze dei nostri passi: i nostri piedi non perdono mai, contemporaneamente, il contatto con la terra. E’ diverso, ovviamente, per una corsa, che invece prevede i due piedi sollevati, insieme.
Le nostre dita compiono lo stesso movimento, se pur a volte molto velocemente: quando mettiamo un dito sulla tastiera c’è sempre, ancora, il dito precedente. Come se camminassimo, un piede dopo l’altro.
Questo meccanismo, diverso da quello dei pianisti, porta a una riflessione fondamentale, ossia il continuo rapporto che ci deve essere tra le nostre dita e, soprattutto, la nostra mano.
Fermo restando che ritengo fondamentale impostare sempre la mano sulla tastiera, ossia tutte e quattro le dita, ogni volta che posiamo il dito sulle corde dobbiamo conoscere la sua esatta posizione rispetto al dito che lo precede, soprattutto la relazione che c’è quando ci spostiamo sulle altre corde. La mano deve essere sempre “impostata”, dobbiamo quindi conoscere la distanza tra toni e semitoni (o di più, quando capita, con un tono e mezzo) che c’è tra le nostre dita, sulla stessa corda e su corde diverse. Un esempio banale: tra il do naturale sulla corda la e il sol naturale sulla corda mi il dito si sposta di una quinta giusta, ossia nello stesso esatto punto. Se invece il sol sulla corda mi fosse stato diesis il secondo dito si sarebbe dovuto mettere un semitono più avanti. So che è un esempio banale ma chiarisce il pensiero di fondo, utile soprattutto per intervalli più difficili e posizioni più acute.

Un esercizio fondamentale per capire come spostarsi con dimestichezza sulla tastiera è lo studio degli intervalli, dalle terze alle ottave. Non parlo delle doppie corde ma delle scale eseguite suonando le note separatamente. L’intervallo chiarisce la posizione delle dita sulla tastiera: una scala sarà eseguita sempre con 0, 1, 2, 3, 4, così come una scala per terze con vuoto-secondo, primo-terzo, secondo-quarto, terzo-primo e via, di nuovo la sequenza. Questo, ovviamente, rimanendo in prima posizione. Stesso dicasi per le quarte: vuoto-terzo, primo-quarto, secondo-primo, terzo-secondo, le quinte e così via per seste, settime e ottave.
Prendendo dimestichezza con gli intervalli il nostro occhio individuerà molto più facilmente quello che stiamo studiando, entrando in relazione con la mano e l’orecchio: nel momento in cui vedo una scala capisco velocemente che devo usare dei toni, così poi per tutti gli altri intervalli.
Chiaramente oltre alla conoscenza delle dita è fondamentale sapere a quale distanza posizionarle, quindi sapere se sto eseguendo una terza maggiore o minore, e come si modifica la distanza delle dita di conseguenza.

Il lavoro più utile è quello che si fa con le terze, le quarte, le seste e le ottave; ma fa bene anche provare con le quinte e le settime. All’inizio non sarà facile, è un po’ come fare dei calcoli difficili a memoria, ma poi, così come un sudoku, avrà anche un  grande fascino.





Qualche consiglio per lo studio

In questo periodo di isolamento non è facile proseguire lo studio senza il proprio insegnante. Scrivo qualche consiglio che spero vi possa essere utile.

Organizzate bene lo studio dividendolo in parti uguali, da dedicare alla tecnica, agli studi e ai brani.Per la tecnica ritengo fondamentale e d'obbligo lo studio delle corde vuote, eseguite lentamente. Poi esercizi per la mano sinistra, colpi d'arco, scale con varianti, cambi di posizione, doppie corde. Le corde vuote, secondo me, devono essere sempre presenti, mentre il resto si può alternare a piacere.
Per gli studi e i brani ricordatevi che, dopo una esecuzione capo/fondo, è inutile continuare a ripetere senza sosta: fermatevi sui punti più difficili e affrontate solo quelli, studiandoli con la massima concentrazione (se non c'è è meglio fermarsi). So di essere ripetitiva ma ritengo fondamentale studiare lentamente, sottolineando che per lentamente significa un tempo quasi insostenibile (ma con una esecuzione impeccabile, altrimenti si rischia solo un colpo di sonno).
Concludete con una esecuzione di quello che avete studiato oppure di quello che vi piace di più suonare, diventando spettatori di voi stessi, ossia cercando di trovare gioia e piacere in quello che suonate.

Registratevi: fate un video che potete utilizzare per controllare la postura e un audio per ascoltare bene il suono e l'intonazione. Vedersi dall'esterno è utilissimo e, come ho detto altre volte, nonostante il trauma iniziale, è davvero un mezzo molto prezioso.


Se volete sono a disposizioni per consigli: susannapersichilli@gmail.com







Il "suono"


Al nostro orecchio un suono può essere sia quello di un bambino che tocca il tasto di un pianoforte, o è alle prime armi sul violino, sia quello di un grande solista, che ci fa venire la pelle d’oca. A prescindere dalla bellezza del suono, della quale ho già parlato, volevo soffermarmi in questo post sulla qualità del suono, quella che lo rende sostanzioso, intenso, appoggiato, come si usa dire. Per “suono” (scritto tra virgolette) intendo questo.

“Il suono” è quello che riuscite ad ascoltare alla fine della sala da concerto in cui vi trovate, quello che non ha bisogno di amplificazione, quello del violinista che, con la metà dell’arco, riesce ad eseguire una frase lunghissima e sempre con la massima intensità.

Il suono si studia, giornalmente, e si costruisce così si costruiscono i muscoli di un atleta. Chiaramente ci sarà poi l’atleta che vince le gare e quello che lo fa per passione; ma ognuno di noi lavora e porta avanti passioni a livelli diversi: per fortuna siamo tutti importanti allo stesso modo.
Per quanto mi riguarda uno degli aspetti più difficili, nella costruzione di un suono intenso, è la capacità di gestire il movimento dell’arco e l’appoggio di questo. Immaginate di muovere un dito su un tavolo: mentre sarà molto semplice muoverlo velocemente, la lentezza crea dei problemi di omogeneità (il dito si muoverà a scatti). Per capire meglio: inspirate per bene e, nell’espirazione, emettete una esse (come il sibilo di un serpente). La lettera S blocca il flusso dell’aria e vi permette di far uscire l’aria lentamente, controllandola. Il punto in cui emettiamo la S è fondamentale per capire cosa succede nell’arco. Se percepite l’aria che sta uscendo potete accorgervi che lo fa mantenendo una pressione costante: l’aria è controllata dalla chiusura della S.
Nell’arco deve accadere lo stesso, ma purtroppo non c’è nessuna S che ci aiuta nel controllo della velocità. La S, ossia il punto che trattiene la velocità costante, è l’appoggio del braccio. Chiaramente se l’appoggio è eccessivo (oppure se schiacciamo o premiamo il braccio invece di rimanere morbidi) l’arco si fermerà. Viceversa, se non appoggio, l’arco andrà troppo veloce. L’equilibrio tra peso e velocità dell’arco ovviamente si studia con le note lunghe, iniziando a lavorare con andature più veloci (quattro battiti per arcata) per arrivare a quello che si riesce a fare (10, 20….). L’arcata deve essere il più possibile omogenea: il suono forte, sempre uguale, così come assolutamente omogenea deve essere la velocità. Per forte intendo un suono che sia tale: suonando lentamente diventa più facile togliere il peso, ma questo riguarda un altro tipo di studio. Quindi: note lente, con un suono corposo.
Con il passare dei mesi, e degli anni (….!), dedicando giornalmente cinque minuti alle corde vuote e alla crescita del nostro “suono”, questo inizierà ad avere una sostanza totalmente diversa.





In foto: sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica a Roma (con l'augurio di poterla vedere di nuovo così!)





Une fois bronzés restez bronzés

Non so se vi è mai capitato di leggere una parola, o una frase, e di non togliervela più dalla testa. Quando avevo circa 15 anni, l’età in cui si cerca di tornare a scuola, dopo le vacanze, più abbronzati che mai, mi capitò di vedere, in una farmacia, la pubblicità di una crema solare che diceva “Une fois bronzés restez bronzés - una volta abbronzati rimarrete abbronzati”.
Il senso era (almeno quello che ho recepito io) che, prendendo il sole con attenzione e la protezione corretta, si rimaneva abbronzati più a lungo. Ancora non era sopraggiunta l’attenzione alla salute della pelle che c’è ora. Si prendeva il sole con birra, olio e tutto ciò che non poteva essere più dannoso per la pelle!

Non so poi neanche per quale motivo ho associato questo motto allo studio musicale di un brano musicale: “una volta studiato è studiato per sempre”.
Cosa significa?
Non so se vi è capitato mai di riprendere un brano dopo tanti anni. In questi giorni di isolamento ho tirato fuori brani musicali di quando ero studentessa al conservatorio. Parlo sia del violino sia del pianoforte - brani che non eseguivo da quasi quarant’anni! Mi stupisco sempre di come si possa eseguire, dopo così tanto tempo, un brano musicale. Come si usa dire “è come andare in bicicletta”. Sì, è vero! E’ così! Una volta imparato non si dimentica.
Il problema, però, è che purtroppo rimangono anche gli stessi identici errori che si facevano quarant’anni prima: i passaggi sporchi, le diteggiature incerte, i tentennamenti… Quelli che venivano casualmente ed erano stati lasciati al caso.
Qual è, quindi, il senso di questo post? Bisogna studiare attentamente, senza tralasciare nulla, senza pensare che dopo si aggiusterà. Un passaggio viene bene quando l’esecuzione corretta si ripete più volte senza problemi. Il brano deve essere eseguito con consapevolezza di tutto quello di cui ci prendiamo cura: distribuzione dell’arco, peso e velocità; intonazione; vibrato; passaggi di posizione; passaggi veloci della mano sinistra; per poi passare all’articolazione e all’interpretazione musicale.
Quando dobbiamo affrontare un brano importante, per un esame o un concerto, o solo perché ci piace l’idea di studiarlo in modo approfondito, non tralasciamo nulla, curiamo i minimi dettagli. E, al primo errore, ripetiamo all’infinito la versione corretta, fino a quando il nostro corpo sarà in grado di eseguire solo quella. Solo quando il brano sarà costruito, mattone dopo mattone, senza errori, senza incertezze, sarà davvero studiato per sempre. E riprenderlo sarà come tornare in bicicletta dopo tanti anni…


Auguro a tutti di poter tornare presto a prendere il sole nella forma che più vi piace (mare, monti, collina, città….).
Grazie!

Susanna







Mi fermo, respiro


Quando ascolto i grandi musicisti noto che una delle caratteristiche che mi colpisce di più, e nel profondo, è la capacità di respirare, di creare dei punti di sospensione, anche nei passaggi più veloci, rimanendo perfettamente nel tempo del brano che eseguono.
L'esecuzione di un grande concertista è caratterizzata da questa capacità di rendere chiaro il fraseggio, di creare una musica "respirata", una musica che ci parla e, così come le parole, è ricca ed espressiva, e piena di pause.

Il respiro, nella musica, somiglia a quello che pratichiamo giornalmente infinite volte (di questo, come sempre, ho già parlato): i nostri respiri possono essere affannati e veloci, oppure calmi e profondi. Spesso, anzi sempre, ci dimentichiamo di porre la nostra attenzione al respiro - se non, addirittura, di respirare (quante volte per uno stress eccessivo, ci ritroviamo in apnea?).
Sul violino, quando suoniamo, accade lo stesso: le note si susseguono affannosamente, senza quel giusto tempo, quel respiro necessario tra una nota e l'altra. Se ci fermiamo ad ascoltare il ritmo della nostra respirazione notiamo che, tra l'inspirazione e l'espirazione c'è sempre un momento in cui tutto si ferma. E' una pausa infinitesimale, una brevissima pausa.
La stessa pausa, che secondo me è il momento in cui davvero riusciamo a rilassarci, a fermarci, si può ricercare anche nel nostro suono. Io lo trovo un momento magico, intenso e fondamentale.
Proviamo a suonare delle semplici arcate, corde vuote o scale, con un ritmo tranquillo e in modo tale da rimanere rilassati. E poniamo la nostra attenzione sulla fine della nota e l'inizio di quella successiva. La nota che finisce non dovrà essere affrettata, ma concludersi naturalmente, rimanere sospesa, per poi arrivare all'altra. In silenzio che si crea tra le due note ovviamente varia a seconda della velocità con la quale stiamo suonando. La nota non va troncata, né fermata bruscamente, ma interrotta al momento giusto, ossia quando finisce di risuonare. Pensiamo al ritmo del respiro, o a una palla che rimbalza (a quel momento in cui è in aria e sembra sospesa, ferma - quella della foto è una pallina da tennis che rimbalza, a rallentatore).
Esercitandosi sui respiri il nostro orecchio si educherà ad un nuovo punto di vista, che è quello che c'è tra due note e, per quanto strano possa sembrare, è uno degli aspetti fondamentali del fare musica.