Mute

A volte mi capita di osservare chi suona, pensando che non sempre il sonoro corrisponde all'atteggiamento del corpo.
Siamo preoccupati a tal punto da dimenticarci di noi stessi. 
Proviamo a pensare di più alla nostra postura e alla posizione del nostro corpo; da come stiamo in piedi, a come camminiamo e a come ci poniamo nei confronti degli altri.
Veniamo allo strumento. Le preoccupazioni tecniche e musicali spesso ci impediscono di vederci dall'esterno, di percepire il nostro corpo, bloccato nel particolare.
Togliamo allora l'audio a quello che stiamo facendo. Non sempre, si tratta di un esercizio come un altro, da provare ogni tanto. L'audio va tolto nella nostra testa, ovviamente. Dobbiamo suonare ponendo la nostra attenzione ai movimenti e non a quello che produciamo. 
Immaginiamo di osservarci mentre suoniamo. E facciamo attenzione a diversi punti.
Intanto poniamo la nostra attenzione alla posizione del corpo, anche se di questo ho già parlato.
Quello che mi interessa in questo studio senza audio è capire se, dai nostri movimenti, si percepisce cosa stiamo suonando.
Che ritmo stiamo eseguendo? Se un brano è "Allegro" il nostro arco sarà veloce e leggero, se suoniamo un "Adagio" più morbido e stabile. Riusciamo a muoverci a tempo giusto? Riusciamo a "vedere" il ritmo?
Non è necessario muoversi in modo eccessivo: anche il semplice atteggiamento chiarisce le intenzioni. Concentriamoci sulle nostre braccia, sulla reattività e prontezza delle articolazioni della spalla, del gomito e del polso. Partecipano tutte, sempre, alla produzione del suono.

Infine la nostra espressione! Non possiamo essere accigliati, preoccupati, bloccati e senza respirare! Stiamo suonando, non andando al patibolo.

ps: possiamo anche riprenderci mentre suoniamo; poi, oltre a riascoltare quello che abbiamo eseguito, provare a rivedere senza audio.


Il braccio lo sapeva


Tempo fa, durante una lezione, proposi a una piccola allieva un brano che non aveva più suonato da qualche settimana. Dopo un'esecuzione, quasi perfetta, lei esclama "ero sicura di non saperlo, invece il braccio lo sapeva".
Questa affermazione, secondo me, spiega molto bene cosa significa lo studio di uno strumento musicale. Dopo aver capito e chiarito cosa e come studiare, c'è bisogno assoluto dell'automatismo.
Automatizzare una azione significa farla senza pensarci più, così come molte delle azioni che compiamo giornalmente. Sullo strumento, in particolare, il passaggio deve venire sempre e solo corretto. Facciamo quindi attenzione a ciò che ripetiamo, perché è molto importante. Stiamo insegnando al nostro braccio, alle nostre dita, un comportamento corretto. Il passaggio deve venire sempre, bene, più e più volte. Per questo si ripetono corde vuote, esercizi di tecnica, colpi d'arco e altro ancora.
Il problema fondamentale, però, è che l'automatismo ha pro e contro. Lo vediamo, appunto, nelle cose di tutti i giorni: mangiamo, camminiamo, guidiamo eternamente distratti! Raramente si pensa a ciò che si fa.
Quindi: impariamo l'automatismo del colpo d'arco, del passaggio; ripetiamolo fino a quando sono le nostre dita o il nostro braccio a guidarci. Ma cerchiamo anche di rimanere presenti a noi stessi; questo non solo nella musica.




Note ripiene

La premessa di questo post è che il ritmo ha una importanza fondamentale, sia per la pulsazione, sia per la coordinazione tra arco e mano sinistra.
Il ritmo, l'ho scritto più volte, fa parte della nostra vita, dal respiro al battito cardiaco, dai passi a molte delle azioni quotidiane, senza parlare poi dell'alternarsi di giorno-notte, mesi, stagioni, anni...
Per questo motivo, quando suoniamo, il ritmo deve essere sempre in primo piano: anche quando ci occupiamo esclusivamente del suono, eseguendo note lunghe, queste dovranno essere tutte uguali, quindi avere la stessa durata. Eseguire una nota più lunga e l'altra più corta non sarebbe utile per la distribuzione dell'arco.
Quindi, pensiamo sempre al ritmo... Come?
Intanto è importante tenere presente la pulsazione ritmica di ciò che si suona. Spesso ho sentito musicisti accorciare note, o pause, perché ritenute di poca importanza. Suoniamo sempre tutto a tempo, pause e note lunghe (noiose, sì) comprese.
Poi cerchiamo di non accorciare le note lunghe inconsapevolmente; a volte delle sequenze di note veloci e note lunghe portano ad accorciare queste ultime.
Arrivo, quindi, al titolo del post!
Se abbiamo una sequenza di note veloci seguite da note lunghe, "farciamo" le note lunghe con quelle corte. La nota lunga è difficile da contare più di quella corta, perché ci si perde: allora suddividiamola, sempre.
Un esempio: se a una serie di quattro semicrome segue una minima, immaginiamo all'interno di questa le quattro semicrome. Questo vale per l'esecuzione per qualsiasi sequenza di questo tipo, in caso di brani o studi...
Ma possiamo fare lo stesso durante le famigerate note lunghe (scale o corde vuote): invece di contare uno-que-tre-quattro, proviamo a infilare quattro note veloci sull'ultimo quarto - che di solito si accorcia. Oppure proviamo a inventarci dei ritmi diversi, come se ci accompagnasse una batteria, sotto alle scale lente, in modo tale da rendere più divertente l'esercizio. Non so: minima-minima-seminimmasemiminima-quattrocrome.
Il rispetto del ritmo, come fosse un respiro calmo (anche nella fretta di tante note), ci permette di essere consapevoli dell'arco fino all'ultimo momento, e di dare il tempo alla sinistra di posizionarsi sulla tastiera (con l'anticipo che serve), senza arrivare prima e sporcare i passaggi.




Contro la legge di gravità

Come dico spesso ai miei allievi "è più facile buttarsi su un divano che tirarsi su". L'arcata del violino è un costante lavoro di caduta e risalita: quest'ultima va contro le leggi di gravità.
Mentre l'arcata in giù, per quanto comunque complessa i primi tempi, è aiutata dalla forza di gravità, quella in su presenta due difficoltà: la prima è appunto il fatto di riportare il braccio in alto, la seconda quella di suonare al tallone, punto debole di ogni violinista.
Prima di tutto, quindi, è importante riuscire suonare senza paura al tallone, per acquisire una cerca padronanza e poi una discreta scioltezza. Si possono eseguire note corte, all'inizio anche staccate perché è più semplice, al tallone estremo, anche dove a volte non abbiamo più la pece!

Sfatata la paura del tallone bisogna concentrarsi sempre sull'arcata in su, cercando di tornare sempre al punto di partenza, ovviamente in caso di note di uguale valore. Un errore che può capitare spesso è quello di ritrovarsi alla punta pur suonando note che dovrebbero rimanere nello stesso punto dell'arco - ad esempio un detaché alla metà.
L'arco va utilizzato dove suona meglio: possiamo decidere per esempio di eseguire un detaché alla metà, oppure un passaggio più forte e deciso al tallone o ancora un pianissimo alla punta. Questo ovviamente a grandi linee, la lista è lunga...
Di certo, comunque, non possiamo suonare alla punta perché l'arco ci è finito lì senza sapere perché, oppure perché abbiamo paura del tallone!






Largo ai più deboli

La mano del violinista si trova in una posizione estremamente scomoda, ossia totalmente ruotata. Questa rotazione, che fa perno sul primo dito, fa sì che il dito più debole,  il mignolo, in un certo senso arrivi per ultimo. Pensate se fosse stato al contrario quanto sarebbe stato più comodo (l'indice il primo dito verso di noi, il mignolo quello vicino al capotasto)!

Quando mi sono avvicinata al violino, da piccola, ho iniziato suonando le corde vuote, poi il primo dito, il secondo, il terzo e, per ultimo (quindi credo dopo qualche mese di studio), il povero mignolo.
Arrivando per ultimo, il quarto dito trova già una mano impostata sul primo che, oltre ad essere forte e più lungo, si trova vicino alla tastiera. Il mignolo quindi fa una doppia fatica: la prima è quella legata alla sua natura, ossia di essere più piccolo degli altri, la seconda è quella di trovare posto per ultimo, quando gli altri sono già belli che sistemati.
Per questo motivo credo che, nei primi mesi di studio, la mano vada impostata partendo dal secondo e dal terzo dito, che sono centrali e costringono alla rotazione della mano. In questo modo l'indice deve solo abbassarsi lì dove si trova, e il mignolo parte avvantaggiato. Inoltre la mano trova naturalmente la giusta rotazione, ossia con la base del mignolo vicino al manico.
L'impostazione della mano partendo dalle dita centrali può essere studiata e affrontata anche all'inizio dello studio giornaliero o quando proviamo l'intonazione: non partiamo suonando primo, secondo, terzo e quarto. Proviamo prima la caduta e la posizione del terzo dito, facendolo cadere più volte sulle corde, morbidamente e senza stringere le falangi.
Trovata la giusta posizione cerchiamo di capire se è anche intonato - se fosse stonato cambiamo posizione sulla tastiera, ossia modifichiamo la mano e non il solo terzo dito (senza quindi scivolare sulle corde). Dopo il terzo proviamo il quarto e, al contrario, secondo e primo.
Appena la mano sinistra è sulle corde sempre e solo terzo dito per primo: sono convinta che, agevolando le dita più lontane, la mano trovi un equilibrio più sano, con una rotazione più naturale.


Come un tamburo

Il ritmo ci accompagna sempre...
E' ritmo il respiro, il battito cardiaco, così come i nostri passi. Hanno un ritmo le nostre azioni quotidiane, il susseguirsi di giorno e notte, settimane, mesi, stagioni e anni...
Quando ascoltiamo un qualsiasi brano musicale ci viene spontaneo battere il piede, o comunque muoverci dietro al ritmo.
Per questo motivo, secondo me, il ritmo viene prima di tutto.
Non possiamo studiare un'arcata, anche una semplice corda vuota, senza pensare prima a quanto durerà (lunga, corta...). E, anche quando sarà lenta, avrà comunque una durata stabilita.
Sul violino non è sempre facile marcare bene e con precisione la pulsazione ritmica. Se pensiamo alla chitarra, per esempio, abbiamo chiara l'immagine del dito che è a diretto contatto con la corda.
Sul violino invece la mano destra tiene un lungo arco che, parecchi centimetri più in là (e non sempre nello stesso punto), andrà a sfregare le corde. Il punto di contatto tra arco e corda, il punto esatto il cui si produce il suono, è lontano dalla mano che lo produce!
Ovviamente, e per fortuna, il violino è avvantaggiato nelle frasi legate!

Credo quindi che siano molto utili degli esercizi ritmici indirizzati allo sviluppo della pulsazione ritmica pensata esattamente nel punto di contatto tra arco e corda. L'inizio della nota, ossia il momento il cui l'arco si muove, deve coincidere con la pulsazione ritmica.
Sembra strano ma spesso, pur andando a tempo, si anticipa costantemente l'inizio della nota. Questo crea non solo un ritmo poco marcato, ma anche un senso di costante accelerazione e poca pulizia -  perché l'arco arriva quando la mano sinistra, ancora non è pronta.
Mi capita spessissimo di sentire allievi, anche bravi, che riescono ad andare perfettamente a tempo con il metronomo, ma di essere sempre in anticipo sulla pulsazione.

Lavoriamo costantemente a questo  esercizio, con il metronomo, eseguendo brani semplici o scale con note ripetute - il detaché è il colpo d'arco ideale. I colpi d'arco e la coordinazione destra-sinistra miglioreranno notevolmente.
Pensiamo al violino come a una batteria o a un basso elettrico: l'importante è concentrarsi sul ritmo e non avere fretta!







Tira la fune

Come ho già scritto in passato, sono convinta che le immagini mentali e l'idea che abbiamo di noi stessi o di un movimento, siano importantissimi nell'approccio al violino.
Ci sono molte immagini o sensazioni che sono molto importanti per la postura e per la tecnica: le spalle bene aperte, le braccia distanti tra loro e non chiuse, il peso dell'arco, la tenuta delle dita al tallone e lo slancio alla punta.... L'importante è riuscire a suonare (o studiare), pensando anche a cosa accade al nostro corpo.

Tira la fune è l'immagine che mi viene in mente quando suono e penso alla mano sinistra. Per immagine mentale intendo la sensazione che provo mentre abbasso le dita sulla tastiera.
Prima di tutto, ovviamente, è importante imparare ad avere la percezione della propria mano: dove stringo? dove appoggio? che sta facendo la mia mano?
I punti chiave sono: il pollice, che deve essere saldo ma non stringere, e muoversi anche liberamente, la base dell'indice, il medio, che è un importante punto d'appoggio. Le altre dita si devono muovere liberamente come se suonassero un pianoforte.
A questo punto cerchiamo di capire cosa accade nella mano e arriviamo alla fune del titolo!
Spesso e volentieri la mano sinistra viene sistemata sul manico pensando subito al primo dito, di conseguenza serrando i tendini che si trovano alla base delle dita e impedendo al quarto di allungarsi come dovrebbe.
Immaginiamo ora di avere una corda, meglio ancora una sciarpa legata di fronte a noi (sulla maniglia di una finestra): tiriamo la sciarpa come se stessimo suonando il violino, quindi con la mano ruotata. Osserviamo cosa accade: l'indice quasi non esiste, e tutta la forza si concentra tra secondo e terzo dito, se non addirittura su mignolo! La posizione che usiamo per tirare la fune, secondo me, è perfetta per l'equilibrio delle nostre dita.
Proviamo lo stesso sul nostro strumento: iniziamo dal terzo e quarto dito e cerchiamo quella sensazione di forza misurata con la quale tiravamo la fune.
La mano è adagiata sul manico, come se indicasse qualcosa di fronte a noi, come se appunto tirasse la fune. Le dita stringono la fune con uguale forza, come avvolgendola.