Prenditi cura di lui

Per ogni azione che compiamo possiamo decidere di prendercene cura o passarle sopra con estrema cialtroneria. Dipende solo da noi.
Visto che comunque stiamo facendo qualcosa facciamola bene.

Esempi quotidiani: per le donne la differenza tra truccarsi normalmente e metterci invece una cura estrema è abissale! Così come cucinare: preparare un piatto pensando o, peggio, facendo altro porta a un risultato scadente, mentre cucinarlo con attenzione (anche un semplice sugo di pomodoro) lo fa diventare un capolavoro! Per non parlare delle piante! A ognuno il suo.
Insomma, a volte un risultato positivo dipende solo dalla cura che ci mettiamo.

Studiare è lo stesso.

Studiamo con attenzione, o con amore, come vi piace di più. Rendiamo lo studio un momento piacevole, un'attenzione particolare nei confronti di noi stessi.

Qualsiasi cosa suoneremo (da poche corde vuote a un bellissimo concerto) sarà di grande effetto - veramente avevo scritto Affetto... Lapsus!






La strada giusta

Come ho già scritto altre volte, chi suona uno strumento musicale non riesce a determinare con sicurezza i suoi progressi, ossia ad avere un tangibile risultato dello studio giornaliero. Un giorno si studiano molte ore e la mattina successiva ci si sveglia con il dubbio che quel passaggio difficile, tremendo, forse ancora non verrà!
Per questo motivo, secondo me, gran parte dello studio spesso è frutto di questa insicurezza, del bisogno di controllare se il passaggio c'è, se siamo in grado di eseguirlo. Così si prova e, se non viene, si ripete fino a quando, per insistenza più che per consapevolezza, magari due o tre volte su trenta, riesce bene.
Credo che invece la ripetizione dei passaggi difficili, quelli che vanno ripetuti davvero numerosissime volte, vada affrontata solo quando il passaggio è sicuro e soprattutto chiaro nella testa - e nelle mani.
Prima di tutto, quindi, cerchiamo di capire qual è il vero problema: arco, dita, velocità, cambi di posizione.... Dobbiamo essere assolutamente consapevoli di quello che stiamo facendo. Poi iniziamo a eseguirlo correttamente, anche se molto molto lentamente. Infine affrontiamo la ripetizione, anche meccanicamente, ma sempre e solo in modo corretto, come se dovessimo insegnare al nostro corpo l'esecuzione giusta.
Ripetiamo l'esecuzione corretta, il giusto percorso, e non i tentativi per raggiungere questa (che magari sono fatti di molti errori).
Lo stesso vale per la tecnica. Se abbiamo un esercizio che sviluppa la velocità, come per esempio gli esercizi di Schradiek o di Sevcik, è inutile ripetere a velocità assurde note stonate o dita storte. Sistemiamo prima tutto per bene! Posizione della mano, intonazione - che senso ha ripetere venti volte un passaggio veloce se le note sono stonate? Poi aumentiamo progressivamente la velocità fino ad arrivare a quella desiderata, che magari arriverà dopo giorni o settimane di studio corretto.
Lo studio va portato avanti con estrema attenzione e precisione, e con una concentrazione che permette di non sprecare tempo in inutili ripetizioni. Ripetere note sbagliate, passaggi sporchi o stentati equivale a ripetere l'errore e ad imparare quello.
Se dobbiamo ripetere quaranta volte un esercizio orrendo, e fatto male, quel punto è meglio uscire e farsi una bella passeggiata, almeno non si fanno danni!






Fino alla fine

Ho già parlato delle somiglianze tra il linguaggio e la musica. Ci sono diversi aspetti che possono essere messi in relazione per capire meglio il linguaggio sonoro, sicuramente più complesso di quello parlato. Uno di questi riguarda la conclusione delle frasi o delle parole: la fine di una frase si percepisce dal tono e dall'accento che noi utilizziamo, inconsapevolemente.
Quando si suona tutto questo è meno ovvio e, a volte, presi magari dalla foga della fine del brano, si danno degli accenti sulle ultime note rendendo il finale pesante e sgraziato. Diciamo tirato via.
Spesso si termina una frase o un brano senza l'attenzione che questo merita. Ogni frase, invece, va curata fino in fondo, nei minimi particolari - anche il movimento dell'arco (rimane sulle corde e poi si alza, con molta calma; oppure si alza velocemente....).
Quindi, quando finiamo una frase, cerchiamo di curarla fino alla fine e, di conseguenza, chiudiamola così come si chiudono le parole senza accento: due note suoneranno come le parole con due sillabe, così come quelle con tre e via dicendo. L'importante è che il senso del finale sia chiaro a noi e al nostro orecchio. Anche perché, in realtà, ogni cosa che facciamo andrebbe curata fino in fondo, accompagnata fino alla fine. Un po' come, al termine di un bel film, leggiamo tutti i titoli di coda!







Le sette corde del violino

Sì, ovviamente sono quattro... il titolo è provocatorio!
Riuscire a suonare  le quattro corde del violino, una per volta e con estrema precisione e velocità nei cambi non è così semplice e scontato. A volte ci si dimentica delle difficoltà dei primi mesi o anni, e di quanto ci si impiega per riuscire a non toccare continuamente la corda accanto, soprattutto quelle centrali (il la e il re).
L'abilità che si sviluppa in questo caso dipende dalla capacità di capire che i movimenti principali sono due e sono ben distinti: uno riguarda la posizione del braccio su ogni corda, l'altro il movimento di sfregamento del braccio sulla corda stessa. E' molto importante distinguere bene i due movimenti e avere chiaro in mente quando si tira l'arco (su una corda) e quando invece si cambia corda (senza suonare). Ovviamente i due movimenti poi saranno così veloci e ravvicinati da non riuscire a percepire la differenza.
Concentriamoci sul cambio di corda e sulla posizione che il braccio deve avere per passare da una corda all'altra. Possiamo posizionare l'arco alla metà e capire quale posizione assume l'articolazione della spalla su ogni corda, senza suonare: sul sol chiaramente si troverà più in alto, sul mi più in basso. Il cambio avviene semplicemente muovendo l'articolazione della spalla, come se avessimo un braccio ingessato (si fa per dire). Provate a muovere a scatti l'articolazione della spalla sentendo il peso del braccio su ogni corda, immaginando quattro scalini. Poi fatelo velocemente, senza scatti e morbidamente, coscienti però dei passaggi sulle quattro corde.
Allora perché sette corde...? Perché, oltre alle singole corde, capita spesso di suonare le doppie corde o corde alternate velocemente. Da qui gli altri tre piani: il piano del sol-re, quello del re-la e quello del la-mi.
Se dobbiamo suonare una doppia corda sol-re il nostro braccio si troverà su un piano intermedio, ben appoggiato, né sul sol né sul re. Esattamente in mezzo, bene in equilibrio. Lo stesso se dobbiamo eseguire delle note veloci che si trovano sulle due corde: è inutile esagerare il movimento e arrivare sul sol o sul re ogni volta. Rimaniamo sul piano intermedio, come se dovessimo eseguire un bicordo ma oscillando di più con il braccio e il polso, tenendo sempre presente il comando che parte dalla spalla e la posizione del nostro braccio.
Solo una estrema precisione porta a una estrema libertà....




Il peso ideale

Questo post riguarda il peso delle dita della mano sinistra sulla tastiera.
Poiché è già difficile trovare le note sulla tastiera e riuscire a essere intonati, spesso il problema del peso delle dita passa in secondo piano, mentre ha una importanza fondamentale sia sull'emissione del suono sia sulla salute della mano. Ho già scritto che i calli sulla dita sono indice di una eccessiva pressione sulle corde (ovviamente se per caratteristiche della pelle un grande musicista ha i calli sulle dita questo non significa che suona in modo sbagliato... spero che quello che scrivo venga sempre preso con buon senso).
Innanzitutto cerchiamo sempre di pensare che la nota viene emessa interrompendo la vibrazione di una corda e non schiacciando questa sulla tastiera. Non pensiamo al legno della tastiera ma alla corda!
Proviamo a suonare come se dovessimo eseguire degli armonici, sentendo il materiale della corda, le impercettibili sfaccettature. Poi affondiamo quanto basta, senza arrivare fino in fondo. Ad un certo punto il suono verrà fuori senza schiacciare in modo eccessivo.
Cerchiamo di capire quando si può rimanere in superficie e quando, invece, è necessario affondare di più.  Se dobbiamo eseguire una frase lenta, cantabile e vibrata il dito dovrà affondare di più e appoggiarsi per poter vibrare bene la nota.
In caso di passaggi veloci, invece, non c'è bisogno di arrivare così in fondo. Pensiamo a quando tamburelliamo le nostre dita su un tavolo: sono leggere, scattanti, elastiche. Un passaggio veloce sul violino dovrà avere la stessa leggerezza, lo stesso scatto e la stessa elasticità (su questo argomento tornerò prossimamente). Quindi: proviamo a tamburellare le dita sulla tastiera velocemente, muoviamole senza pensare alle note e cerchiamo sia la morbidezza sia l'uguaglianza della caduta. Piano piano iniziamo a suonare senza pensare alle note e, lentamente,  cerchiamo anche la giusta intonazione e collocazione sulla tastiera.
Ricordiamoci che si lavora sempre sia sul particolare sia sull' "universale". Non dimentichiamoci che, oltre alla velocità, all'intonazione e alla precisione, c'è anche la posizione corretta, il respiro, il movimento fisico di un determinato esercizio o passaggio. L'eccessivo controllo porta a dimenticarci di questo.







Tutti i giorni

Le attività alle quali dedichiamo del tempo tutti i giorni assumono un'importanza particolare nella nostra vita e ci permettono di ottenere dei risultati amplificati.
Se cammino venti minuti al giorno avrò molti più benefici rispetto un'ora a settimana. Una serie di semplici esercizi per la postura (schiena, collo soprattutto) manterranno in salute la nostra colonna vertebrale che, con gli anni, tende a deteriorarsi e saranno più efficaci di un'ora settimanale in palestra.
Lo stesso vale in altri campi e, ovviamente, in quello musicale. Uno studio costante, giornaliero, ci permette di ottenere dei risultati sicuramente migliori di un'abbuffata nel fine settimana.
Diciamo quindi che, dilatato nell'arco della settimana, lo studio si potenzia. Tutti i giorni significa superare la pigrizia, la noia mostruosa della ripetizione, il dramma di iniziare sempre da capo (diciamo che, una volta iniziato, poi è meno dura). Significa lavorare sempre più nello specifico ed essere sempre più soddisfatti per aver superato le difficoltà per aver aggiunto un mattoncino a una costruzione gigante che, giorno dopo giorno, cresce.
Se tutti i giorni, per esempio, dedichiamo una decina di minuti alle corde vuote lente, alla fine di una settimana, di un mese, di un anno e di più anni riusciremo ad ottenere un suono davvero notevole. Ma deve passare il tempo. Io credo che le corde vuote eseguite lentamente abbiano una precedenza su tutto il resto, e possano essere considerate (già l'ho scritto) una specie di passo obbligatorio, un mantra giornaliero. L'esercizio per scaldarci. La ginnastica mattutina. Il "nostro" esercizio quotidiano che si esegue a tutti i costi. Come chi corre anche quando diluvia e tira vento (con tutta la mia invidia). Senza scuse né giustificazioni per rimandare a domani "Il gomito mi fa contatto con il piede" (Elio e le storie Tese cit).
Pensate a un esercizio. Datevi un tempo preciso da controllare periodicamente (un mese, tre-sei mesi, un anno) e provate a vedere cosa succede dedicando dieci minuti del vostro studio a un aspetto particolare dello studio. I risultati arriveranno di certo.




Al buio (non) si trova...

Se pensiamo a quanto è piccola e priva di riferimenti la tastiera di un violino, l'idea che le mani di un violinista non solo trovino le note intonate, ma siano in grado di muoversi, con incredibile precisione, sembra un miracolo!
In realtà non è un miracolo ma il frutto di un lungo e meticoloso studio che si ripete tutti i giorni, di un duro impegno il cui lavoro può paragonarsi a quello di un atleta.
Ho già parlato dello studio dell'intonazione; ripeto brevemente.
Pensiamo a un orologio digitale e a uno con le lancette. Nell'orologio digitale i numeri si susseguono l'un l'altro, mentre in quello con le lancette possiamo seguirne lentamente il movimento. La caduta delle dita sulla tastiera deve essere come il susseguirsi dei numeri dell'orologio digitale e non come un lento trascinamento alla ricerca della nota giusta.
Veniamo ora al movimento della mano sulla tastiera, ossia ai cambi di posizione. Il principio è lo stesso della caduta delle dita, solo che il tragitto da compiere è più lungo e complesso.
Prima di tutto dobbiamo essere sicuri delle note di partenza e di arrivo. Controlliamo quindi bene la nota di partenza e cerchiamo di capire dove dobbiamo arrivare, sia il percorso fisico da compiere (quanto è lontana la nota di arrivo? due toni, due toni e mezzo...) sia l'intonazione (è molto utile cantare la nota oppure suonarla, se è possibile, in posizione fissa).
Per esempio: sulla corda mi, dobbiamo suonare un sol diesis secondo dito che arriva al si in terza posizione. Possiamo suonarlo prima con il quarto dito per capire bene dove si trova. Cantiamo e immaginiamo con molta chiarezza la nota di arrivo.
A questo punto iniziamo a muovere il braccio, cercando di mantenere la mano nella stessa posizione - non si muove il dito ma tutto il braccio, come se il comando partisse dall'articolazione del gomito.
Dividiamo l'esercizio in tre fasi (tre note di media durata, con tre arcate separate): 1. suoniamo la nota di partenza, 2. suoniamo il glissando, 3. suoniamo la nota di arrivo. Il glissando deve essere lento, morbido e fluido (non serrate il pollice). Nel momento esatto in cui, con l'orecchio, percepiamo la nota di arrivo ci fermiamo e la ripetiamo. Il movimento deve essere preciso, non dobbiamo fermarci né prima né dopo - per poi aggiustare! Ricordiamoci l'orologio digitale. Pensiamo alla nota di arrivo come a un foro all'interno del quale cade il dito. E' solo quello il punto esatto. Si scivola e si cade nel buco, senza esitazione. Ripetendo con costanza l'esercizio la mano troverà il tragitto corretto, ad esempio quello dalla prima alla terza posizione (e ovviamente anche le altre posizioni). Non ha senso ripetere l'esercizio in modo impreciso, ossia aggiustando all'ultimo momento la nota di arrivo. La tecnica serve a rinforzare, ripetendo, l'azione corretta. Solo con la ripetizione del movimento giusto e della nota intonata riusciremo a padroneggiare la famosa tastiera piccola e senza punti di riferimento. Ripetendo svogliatamente, avanti e indietro, tanto per metterci la coscienza a posto, non serve a nulla - anzi, peggiora le cose e ci fa perdere tempo.
Lo studio dei cambi di posizione è difficile e lungo. Combinando le quattro dita con le dodici posizioni va da sé che le possibilità, quindi lo studio, sono tante. Ci si può sbizzarrire come si desidera, in modo tale da padroneggiare con disinvoltura la nostra cara tastiera, così come ci muoviamo nella nostra casa al buio.